Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.

Roberta la Viola

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sabato 11 maggio 2013

"Noi cerchiamo la bellezza ovunque."



Cosa facciamo quando sentiamo che qualcuno ci sta facendo del male?
Come reagiamo quando ciò che stiamo vivendo è una violenza, o almeno è ciò che percepiamo nel comportamento di una persona, con cui purtroppo dobbiamo avere a che fare?

Penso a quelle situazioni in cui spesso siamo costretti a rimanere, un condominio, o un contesto lavorativo.
Ci sono delle situazioni in cui volenti o nolenti siamo costretti a vivere.
Ci sono delle situazioni in cui non possiamo scegliere chi frequentare, o meglio chi incontrare ogni giorno.
E' appunto il caso di un condominio in cui gli inquilini che occupano gli altri appartamenti non gli abbiamo potuti scegliere, vivono lì anche loro e non possiamo fare molto se non ci piacciono.
Ma se una situazione dovesse degenerare, se ciò che dovessi arrivare a sentire è proprio quella sensazione di violenza?
Intendo per violenza quella verbale, o quella dell'invasione della privacy, quella di un rumore molto fastidioso che tutti i giorni sono costretto a sentire.

Insomma, la domanda che mi faccio oggi è: cosa fare quando sento che qualcuno sta danneggiando la mia serenità, nella quotidianità che vivo in un determinato contesto?

E' frequente la situazione del condominio che diventa un postaccio in cui le persone arrivano a conflitti beceri, a situazioni anche spesso drammatiche, o anche i contesti lavorativi in cui si diventa incoscienti e aggressivi, proponendo strategie di mobbing, o ancora, i cosiddetti casi di bullismo riscontrabili nelle scuole.

Sembrerebbe che l'uomo, messo a stretto contatto coi suoi simili, possa sviluppare dinamiche relazionali che lasciano pensare di non essere affatto quella specie "superiore" dotata di un cervello ben funzionante.

Anche in questo caso non voglio chiedermi il perché ciò avvenga, le origini possono essere molteplici e si potrebbe arrivare ad interpretazioni infinite.
Pertanto, ciò che invece vorrei affrontare qui è come reagire, cosa fare per poter vivere nel miglior modo possibile questo tipo di situazioni problematiche.
E' un fatto pensare che sia impossibile cambiare gli altri, giacché ognuno sceglie per sé il proprio cambiamento, quando intende realizzarlo.
Quindi, cosa rimane nella vetrina delle scelte possibili?

Io credo che si possa, anche qui, decidere di partire da noi stessi, se ciò che stiamo vivendo ha un peso che percepiamo in maniera profonda, un disagio che lede il nostro benessere psicofisico, il lavoro da iniziare dovrà centrarsi su noi stessi.
Gestire il nostro modo di reagire a ciò che ci accade è il punto zero per iniziare a stare meglio, a non permettere ad altri di interferire sul nostro diritto di stare bene e in armonia.

Vi sto proponendo una difficile soluzione, ma non impossibile.
Qualcuno ha scritto che il conflitto è sempre generato dalla scarsità, che in questo modo nasce nella testa di chi partecipa a tale degenerazione delle relazioni.

Io dico che la scarsità così come l'ignoranza, intesa come l'atteggiamento di ignorare, e quindi non come una questione di carattere culturale, siano le madri di conflitti e comportamenti che rendono la specie umana tra le più disprezzabili, soprattutto perché dotata di capacità di ragionamento.

Sono tante le tecniche utili per poter migliorare ed uscire da una situazione difficile come quelle descritte poc'anzi, sarebbe riduttivo e difficile poterle affrontare appieno in questo spazio virtuale.
Ma se ciò che vi sta logorando è una situazione in cui vi sentite costretti, in cui sentite che il vostro spazio vitale stia venendo meno, lasciatevi guidare e cercate qualcuno che possa aiutarvi a stare meglio, aprite la vostra mente e il vostro cuore a nuove possibilità.


Spesso non riusciamo a vederne, e ci convinciamo che l'unica cosa sia ricambiare con la stessa moneta, anche quando in realtà sappiamo di non essere fatti per certe azioni.
Quindi non lasciamo che altri decidano per noi, non diamo la possibilità a nessuno di tirare fuori il peggio di noi, quello che neanche pensavamo di possedere.
Lasciamo che siano gli altri a "sporcarsi le mani", noi cerchiamo la bellezza, quella degli atti di gentilezza e dell'armonia, dell'equilibrio che ci rende imperturbabili di fronte ai soprusi che arrivano da fuori.

Questo post è dedicato a tutti quelli che hanno deciso di rimanere puliti, nonostante lo sporco dell'ignoranza che circola troppo liberamente, ed anche me.





martedì 7 maggio 2013

La terra sotto i piedi


Quante volte abbiamo sentito la frase "Mi è mancata la terra sotto i piedi"?
 
Quante volte, pur senza aver sentito queste parole, abbiamo provato la sensazione di smarrimento e di vuoto che questo modo di dire descrive molto bene.
La metafora è perfetta, sentire che qualcosa di fondamentale sia venuto meno, del resto se non ho la terra dove posso mai esistere, non siamo in grado di volare e a qualcosa dobbiamo tenerci, su qualcosa bisognerà appoggiare i nostri piedi.
Chi si sente, in questo momento, proprio in questo stato?
Beh, la prima cosa da sapere è che questa sensazione è una fase, non sarà sempre così.
Qualunque sia il motivo che abbia stimolato in voi questo stato d'animo, qui non conta, ciò che importa è sapere che come tutti gli stati d'animo si tratta di un passaggio, a volte necessario, ma certamente non perenne.
Da chi dipende? Da noi, da quanto abbiamo deciso di farlo durare.
L'ultima volta che vi siete sentiti in questo modo, pensate, cosa avete fatto per uscire da questo stato e risentire di essere di nuovo con la terra pronta a sostenere il vostro peso, la vostra stessa esistenza?
Forse penserete che stia blaterando, per fortuna non è questo il caso.
Semplicemente, sto ricordando a tutti noi che gli stati d'animo, le emozioni, sono passeggeri, sopraggiungono, ci travolgono a volte, altre ci sfiorano appena, ma ciò che le caratterizza è anche il fatto che, come le nuvole, vanno via e mutano e si trasformano per diventare qualcos'altro.
Non solo, se vorrete, potrete trasformarla già da ora, dipende da voi.

Allora se questa è la sensazione, lo stato d'animo che in questi momenti vi pervade e vi stravolge, più che travolgervi, la prima cosa che potete fare è pensare, sapere che tra non molto andrà via.

Poi forse potrà ritornare se non avrete risolto la situazione che ve la risuscita, allora saprete che dovrete anche iniziare a fare altro, ma ricordiamoci, sta a noi spazzarla via come il vento porta via le nuvole.

La terra sotto i piedi può mancare per tanti motivi: sono le abitudini che avevo acquisito e che sono costretta a lasciare perché qualcosa è cambiato.
E' un amore che è andato via, e anche se so che è lo cosa giusta, sento che la terra sotto i piedi è andata via con lui, o forse ho semplicemente paura del nuovo che avanza e non mi sento pronta ad accettarlo.

Insomma, la terra sotto i piedi può mancare, o almeno è così che ci sentiamo, altre volte forse siamo noi che veniamo meno a noi stessi, i nostri piedi sono assenti come tutto il corpo che contribuisce alla nostra stessa esistenza.
Ripartire da noi, dalla nostra unicità, dal nostro valore, può rimetterci in contatto con noi stessi, con il nostro corpo e solo dopo avremo di nuovo tutti i ricettori attivi per comprendere che la terra è sempre stata lì, siamo noi che ci siamo assentati un attimo.
Buon viaggio a tutti, soprattutto a chi sta iniziando una nuova fase della propria vita e si sente un pò smarrito.

Tranquilli, le nuvole servono come serve la pioggia, ma poi vanno via e il sereno ritorna.


domenica 7 aprile 2013

Ancora sull'etichette

Entrare in un asilo nido e sentire, in meno di un'ora, etichette volare per poggiarsi sui visini dolci e buffi di quei bambini.
"Sei pagliaccia!".
"Sei la peste dell'asilo!".
Insomma ad ognuno il suo, e così sempre in meno di un'ora ognuno di loro si è sentito chiamare con una definizione di ciò che sembrano essere, come fosse una sentenza sul futuro.
Dicono serva per distinguerli, come se il nome riportato all'anagrafe non bastasse, del resto Carla non è come Alessandro e quindi perchè affibbiare aggettivi e nomignoli che convincano quei cuccioli di essere in un certo modo?
 Eh già, dico "essere", perchè quel modo di nominarli certamente ripetuto tante volte, in una sola giornata e tutti i giorni, da qualche parte creerà una convinzione, allora se il nomignolo che ti hanno donato è "bello" o "bella" o "dolce" potrebbe anche aiutare, ma se  malauguratamente ciò che hanno visto di te, il primo giorno che ti hanno incontrato, è stato un atteggiamento o un comportamento negativo allora sei spacciato!

Convinzioni che nascono dal fatto di sentirsi ripetere ogni giorno di essere in un modo...che fortuna!
Quante possibilità avrò di sperimentare nuove cose, atteggiamenti o comportamenti se ciò che mi hanno ripetuto per anni, in momenti delicati della crescita, è stato che sono in un certo modo?
Come si può pensare che un bambino non si comporti da peste se ciò che gli hanno ripetuto per almeno tre anni della sua giovane vita è proprio "peste"?

Insomma, è ovvio che poi ognuno decide per se, ma pensate a quanto possa essere condizionante.

Il consiglio?
Smettiamo di usare il verbo essere, quando un bambino si comporta in un determinato modo non ha scritto per sempre il suo carattere.
Intendo dire che un comportamento rimane un comportamento, e non è necessariamente esaustivo del modo di essere di una persona.
Sarà molto più utile coi bambini utilizzare il verbo avere, "hai avuto un atteggiamento ..." piuttosto che "ti sei comportato come una peste", lasciando ad altri contesti e altre situazioni le etichette, qui non servono.

Se i bambini si sentono ripetere continuamente di essere in un certo modo, prima o poi la convinzione in loro crescerà e penseranno di essere in tal modo.
Aiutiamo il loro sviluppo, migliorando la nostra comunicazione, diamogli la possibilità di crescere sperimentando il loro essere, senza limitarlo con le etichette che, anche solo per gioco, ci divertiamo a mettere.





lunedì 18 marzo 2013

La paura, uno stato di immobilità.

Il coraggio della provocazione Quando stupire non è maniera



A quanti è capitato di sognare di essere terrorizzati dalla paura, tanto da non riuscire a compiere l'azione necessaria per risolvere la questione?
Nel sonno capita di vederci incastrati e di non riuscire a gridare per chiamare "aiuto", o di non riuscire a comporre un numero di telefono, che altrimenti faremmo anche ad occhi chiusi o ancora di non avere la forza e l'agilità necessarie per correre e scappare via.
Insomma, quando siamo immersi in questo stato d'animo la cosa più naturale è non fare, non agire, immobilità.
Siamo bloccati e non si tratta di una scelta, poiché ciò che sentiamo è proprio di non poterci muovere, di non poter fare diversamente da ciò che stiamo facendo, vale a dire nulla.
Allora quale potrebbe essere la prima cosa necessaria?
Liberarci dal giogo della paura.
Uscire allo scoperto, sentire che possiamo farcela.
Smettere di vivere nella paura significa ricominciare a vivere.
Affrontare il demone per mostrare a noi stessi che siamo capaci di essere e realizzare ciò che pensiamo.

Quando un'azienda ha paura, smette di fare investimenti sul marketing o sulle persone.
Quando la persona ha paura di non riuscire, smette di  progettare e si rifugia nella giustificazione che "tanto sarebbe inutile".
Quando ho paura dell'amore e del fatto che non potrei sopportare di non essere amato, non mi relaziono con nessuno a livello profondo.
Quando ho paura del futuro, perché non so cosa possa aspettarmi, smetto di pensare a ciò che mi piacerebbe fare e scelgo di non scegliere, perché sarebbe troppo doloroso scoprire di aver sbagliato treno.

Banalmente, potrei aver paura di tutto e questo mi porterebbe a fare niente.
Allora affrontare il demone è il primo passo, sapere con chi ho a che fare, conoscere il nemico.
Spesso è proprio questa la lieta notizia: il primo sabotatore della mia vita sono io.

Ma allora cosa c'è di bello e lieto in questa possibilità?
Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.
Affrontarmi potrà essere la cosa più difficile, ma è anche certamente la cosa più semplice, del resto chi mi conosce meglio di me?!

mercoledì 6 marzo 2013

Abitudini e obiettivi.


Il post di oggi è una trascrizione che non ha bisogno di altro intorno, se non questa breve introduzione che suona più come una domanda:
Le abitudini ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi, così come a volte possono essere gli ostacoli che non vediamo nel nostro percorso?

"Una volta domandai a Lord Carandon, un diplomatico inglese, quale fosse la lezione più preziosa appresa durante la sua lunga e brillante carriera al servizio del governo.
La lezione più preziosa - rispose - la imparai proprio all'inizio della carriera, quando fui inviato in Medio Oriente a fare da assistente ad un amministratore locale.
Il mio superiore si recava ogni giorno in un paese diverso, per dirimere controversie e per risolvere altre questioni importanti.
Ogni volta, arrivato in paese, si scatenava un pandemonio, perché veniva assediato da persone che avevano richieste da porgli e che volevano offrirgli il caffè. 
La cosa non terminava fino al tramonto, quando lui ripartiva.
Avrebbe potuto plausibilmente dimenticare i suoi obiettivi, se non fosse stato per una semplice abitudine.
Appena prima di fare il suo ingresso nel paese, al mattino, accostava l’auto sul ciglio della strada e chiedeva:
Quando stasera lasceremo il paese, che cosa vorremo aver realizzato?.
Sia lui che io rispondevamo a questa domanda, quindi entravamo in paese.
Quando ripartivamo, la sera, accostava di nuovo l’automobile sul lato della strada e domandava:
Ora, ci siamo riusciti?
Abbiamo realizzato quello che avevamo stabilito?’”.
Quella semplice abitudine mentale era la lezione più preziosa che Carandon avesse mai imparato.

William Ury - Dal libro “Negoziare in situazioni difficili"

Aggiungo e concludo con un'altra domanda: 
quali sono le abitudini che ci hanno ostacolato o ancora lo fanno?



venerdì 1 marzo 2013

Cambiare la marcia.

"Paradossalmente, di fronte a una sfida la maggior parte delle persone tende di solito a cambiare marcia passando al livello più basso, e non a quello più elevato necessario per affrontarla. Ciò trasforma una sfida in un blocco: di fronte ad essa lo stato di coscienza della persona regredisce a un livello primitivo dove non è possibile apprendere o creare nuove reazioni."

Queste parole di S. Gilligan mettono l'attenzione su un fatto facilmente osservabile quando si ha a che fare con percorsi di cambiamento, o più semplicemente quando si opera nell'ambito delle relazioni d'aiuto.

Spesso ho osservato nei miei clienti questo "scalare" la marcia, decidendo di fare un passo indietro.
Come se l'andare bene facesse paura, come se questo aver ingranato la marcia giusta avesse un retrogusto amarognolo, al punto da dimenticare di aver desiderato di essere lì, di essere ad una svolta e di poter finalmente guardare da vicino qualcosa che fino ad allora si era solo immaginato.
Come se il timore, di arrivare finalmente allo stato desiderato, superasse la gioia di essere giunti fin lì.

Allora mi domando: è la paura di vedere realizzare i nostri cambiamenti, anche quelli tanto agognati, che fa tirare i remi in barca?
Come dire: meglio stare dove sto, sto male certo, ma so anche dove mi trovo; piuttosto che essere in un posto nuovo e sentire di stare meglio.
La paura dell'ignoto, anche di quello che ho sognato e sperato, può farmi regredire come dice Gilligan?

Insomma, la famosa barzelletta dei due matti che arrivano al 99° cancello e tornano indietro...

Con le parole di Gilligan rifletto, penso a ciò che vedo, osservo l'atteggiamento dell'essere di fronte ad una nuova sfida che fa paura, e mi chiedo: ma starci dentro, con una marcia più bassa, dovrebbe terrorizzarmi e non semplicemente impaurirmi.

Quindi, quando decidiamo di interrompere qualcosa, qualcosa che ci sta facendo bene, qualcosa che ci sta cambiando e ci sta facendo scoprire nuovi percorsi che non avremmo neanche immaginato, quando inizio a sentire quella paura perché qualcosa di nuovo mi sta sfidando, allora è il momento di andare e non di ri-tornare, quello è il momento di scegliere la marcia, quella giusta e non quella meno rischiosa.

Questo post è dedicato a tutti quelli che hanno iniziato un amore ed hanno avuto paura di continuare, a quelli che hanno scelto di cambiare, iniziando una terapia o un percorso di coaching, e poi hanno interrotto perché spaventati dal cambiamento di cui stavano iniziando a godere.
E' dedicato a quelli che hanno paura dell'ignoto, ma scelgono di scoprirlo tuffandosi dentro.
E' dedicato a chi "sceglie" perchè sa che la differenza non sta in ciò che ci accade, ma in come reagiamo a ciò che ci accade.

giovedì 28 febbraio 2013

Teneri nidi, gabbie maledette.

Qual è il posto che sentiamo più sicuro?
Qual è il luogo in cui spesso ci andiamo a rifugiare?
Qual è il posto da cui spesso attuiamo la fuga?

Lo dico io?

La famiglia! (o la famigghia!)

Sì, la famiglia, il posto in cui andiamo a rifugiarci quando sentiamo di voler "tornare".
Ma anche il posto da cui spesso sentiamo di voler fuggire...

La famiglia, qualunque essa sia, qualunque siano le dinamiche che la caratterizzino, rimane quel nido meraviglioso in cui andiamo a cercare riparo, la sua ambivalenza però la rende anche la gabbia da cui cerchiamo di fuggire perché ci sentiamo stretti.

Viviamo quel senso di "differenza", sentiamo la vicinanza e la lontananza, l'amore e il peso dei ruoli, il senso di appartenenza e la voglia di fuggire.

Insomma, chiunque, prima o poi ha desiderato la fuga, chiunque ha sognato il ritorno.

La famiglia forse rappresenta il nostro andirivieni interiore, il nostro modo di aprirci e chiuderci a noi stessi e agli altri.
Ognuno trova i suoi modi di "stare" in questo nucleo zeppo di contraddizioni, nessuno giudicabile, solo spesso migliorabile.
Avete mai provato ad osservare che tipo di comunicazione intercorre tra voi e i vostri familiari?
Provate ad immaginare di essere seduti al divano mentre guardate un film che racconta le vicende della famiglia, la vostra.
Che ve ne pare?
Come comunicano gli attori della scena tra di loro? Vi piace? O cambiereste qualcosa?

Pensate ora a cosa vi piacerebbe vedere cambiare, e pensate a come potreste farlo ...


"Se vuoi cambiare il mondo devi iniziare dal tuo paese.
Se vuoi cambiare il tuo paese devi iniziare dal tuo villaggio.
Se vuoi cambiare il tuo villaggio devi iniziare dalla tua casa.
Se vuoi cambiare la tua casa devi iniziare da te stesso."

C'è forse altro che possiamo aggiungere?!


venerdì 22 febbraio 2013

Due

Il post di oggi è un invito all'armonia, un'ode ad essa.

Il post di oggi è la consapevolezza che "siamo in due", anche se qualcuno può pensare di essere in tre o in quattro o in cinque o ....

Insomma quello che scrivo oggi, anzi quello che decido di non scrivere, ma di trascrivere, è un inno all'armonia ricercata, all'equilibrio spesso l'abile dei "due" che albergano in ognuno di noi.

Afferma S. Gilligan: "..due sè che ciascuno di noi eredita in quanto essere umano ... E' una relazione di dominio e sottomissione, o si tratta piuttosto di una coesistenza armonica al nostro interno? Quando le due menti coesistono in armonia il vostro viaggio dell'eroe può veramente aprirsi nel mondo."

Gilligan decide di continuare il suo intervento citando una poesia di Derek Walcott, ed è quanto decido anche io oggi in questo piccolo spazio virtuale:

Amore dopo amore

Il giorno verrà
In cui gioioso
Accoglierai te stesso,
alla tua porta, nel tuo specchio
E ciascuno sorriderà all'altro accogliendolo,

e dirà: Siediti. Mangia.
Amerai di nuovo lo sconosciuto che eri tu stesso.
Dai vino. Dai pane. Restituisci il tuo cuore
A se stesso, allo sconosciuto che ti ha amato

Per tutta la tua vita, che hai ignorato
Per un altro, che ti conosce a memoria.
Tira giù dalla libreria le lettere,

le foto, i biglietti disperati,
strappa via la tua immagine come una pelle dallo specchio.
Siediti. Fai della tua vita banchetto.


Meraviglia della poesia, descrivere con poche parole lo stato in cui spesso vivamo, l'altalena dei nostri due sè.
Le nostre due menti che "battagliano" spesso tra di loro.
polarità.jpg
Quanto spesso diciamo: sento che una parte di me farebbe così, ma l'altra mi dice che è sbagliato."

Questo battagliare, nelle parole di Walcott, come in quelle di Gilligan, diventa un invito alla "pace" interiore, l'unione dei due sè, l'armonia che diventa necessaria per compiere il mio viaggio, quello della mia vita.
Smettere di battagliare nel mio interno significa capire quale strada, all'esterno, voglio intraprendere, significa vedere e accettare che quella è la mia strada.

Buon viaggio.

mercoledì 6 febbraio 2013

Trascinarsi.

Oggi mi chiedo, quanto spesso ci trasciniamo?

Ci trasciniamo in relazioni che ci logorano nel profondo, svuotandoci di tutte le buone abitudini e innescandone di nuove e meno edificanti.
Ci trasciniamo in rapporti lavorativi che ci svuotano di tutte le passioni che un tempo nutrivamo nel nostro futuro, anche solo ad immaginarlo.
Ci trasciniamo nella non cura di noi stessi, ripetendo abitudini che ci lasciano scontenti del nostro essere, quando ci ricordiamo di guardarci.

Insomma, qualunque sia l'area in cui volenti o nolenti ci stiamo trascinando, c'è sempre qualcosa che perdiamo, la parte migliore del nostro essere.
Qualcosa che riguarda noi stessi, in maniera profonda.
Così se riusciamo a smettere di trascinarci, se con un colpo decidiamo di riprendere in mano le sorti della nostra vita, decidiamo di godercela tutta.
Come se gli ultimi anni fossero stati vissuti in una prigionia, che noi stessi abbiamo scelto, trascinandoci.

Perché lo facciamo?
Tante risposte, tante dinamiche che possono trovare risposte in radici lontane nel tempo e nello spazio.
Ciò che conta è capire che è il tempo di smettere di trascinarci, non è facendolo che torneremo a vivere.
La paura dell'incerto?
Non dovrebbe farmi più paura ciò che mi sta logorando?

lunedì 4 febbraio 2013

Etichette





Quante ne mettiamo?
Quante ce ne sentiamo addosso?
Un'infinità? O forse poche?
Cosa intendo con il termine etichette?
Troppe domande? Ops, eccone un'altra, quindi iniziamo a rispondere...

Mi riferisco al modo che abbiamo di catalogare il mondo intorno a noi.
Tutti mettiamo etichette qua e là.
Lo facciamo perché è scritto nel nostro dna, nel nostro modo di operare nel mondo, abbiamo bisogno di riconoscere ciò che vive intorno a noi, il pensiero scientifico, in generale, ne è una dimostrazione.
Ma quanto queste etichette possono diventare delle gabbie, dei rifugi o anche semplicemente delle convinzioni che non mi piacciono?

Sono dei rifugi, quando "Beh, lo sapete che sono così...., quindi non ci fate caso!".
Allora diventano dei posti in cui ci andiamo a nascondere quando non vogliamo migliorare qualche aspetto, anche se a guardarlo bene ci crea qualche problemino.

Oppure sono delle gabbie, quando me le sento addosso e in realtà non me le sento:
"Mi dicono tutti che sono ...., quindi agisco in questo modo".
Il sottotitolo, quello che non si vede, è "sono convinta di avere questa caratteristica perché  sono anni che mi ripetono che ce l'ho", se andassi fino in fondo, mi potrei rendere conto che io non c'entro nulla con tutto quello che mi hanno affibbiato per anni, ma in qualche modo ormai fa parte di me, e quindi  me la tengo.
Pensate a qual è la cosa che vi hanno detto più spesso da bambini, non so, magari vi è stato detto molte volte che eravate allegri o anche musoni o intelligenti.
La frase che più spesso si sente dire ad un bambino, o parlando di lui, è:
 "Mio figlio è monello!"
o:
 "Sei monello!".
Insomma pensate bene a ciò che più spesso vi siete sentiti dire da una certa età in poi.
Qual è la caratteristica che più spesso vi è stata attribuita?
Ora che l'avete trovata, pensate, è proprio vostra?
Quanto vicina a voi è questa caratteristica, quanto sentite che possa descrivervi veramente?

Insomma le etichette di cui parlo sono quelle che ci aiutano ad orientarci, sì, nel mondo intorno a noi, ma sono anche quelle che, messe alla rinfusa possono creare un pò di confusione.

Immaginiamo di entrare in uno studio ben organizzato, in cui tutte le librerie e gli scaffali presenti abbiano anche i loro contenitori, i quali hanno, al posto giusto, le etichette su cui sono riportate le indicazioni relative al contenuto.
Se dovessimo cercare qualcosa in questo studio, non ci metteremmo poi tanto tempo, diciamo che, se anche fossimo là per la prima volta, avremmo buone possibilità di trovare ciò che cerchiamo, o anche solo di capire come le cose siano sistemate.

Ma proviamo ad immaginare di entrare in uno studio dove, seppur con tutti gli elementi precedenti, le etichette ci indichino cose che non ci sono, il contenuto riportato non corrisponda a ciò che di fatto vi è dentro ciascun contenitore.
Beh, certamente sarà meno probabile riuscire a trovare ciò che cerchiamo e sicuramente potremmo andare in confusione.

Dove voglio arrivare?
Organizzare, etichettare a volte è molto, molto utile, ma se fatto a malo modo, quanto può essere dannoso?
E se questo è riferito ad altro, che non siano contenitori presenti in uno studio, se le etichette le abbiamo messe addosso a qualcuno? O qualcuno le ha messe addosso a noi?

Qui potrebbe nascere un'infinità di riflessioni, in ogni direzione.

Quali saranno le vostre è un gioco divertente che potrete fare anche da soli.

Il consiglio è: utilizzate le etichette, perchè vi aiuteranno ad orientarvi come sempre fatto, ma badate bene che usarne impropriamente o a casaccio può essere un gioco controproducente.

Il rischio più grosso potrebbe essere quello di non conoscere peculiarità nascoste, come quelle che le etichette messe addosso a voi, da altri, hanno nascosto, spesso anche ai vostri occhi.

Oppure, è come se nelle scatole del secondo studio vi fossero tesori che non aprirete mai, del resto le etichette vi dicono che non ci sono!