Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.

Roberta la Viola

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domenica 13 ottobre 2013

"Con un piede impigliato nella storia"

Il titolo di questo post è preso in prestito da un bel libro, scritto molto bene, da Anna Negri.
Specifico questo perché mi piace che si possa, tra queste pagine, trovare anche spunti per le proprie letture.
Detto questo, l'autrice parla della sua storia personale, in realtà è anche molto una parte di storia del nostro paese, che ha finito per essere legata al passato e in special modo a un passato da cui può non essere facile ripartire.

Ciò che vorrei trattare in questo post, è proprio il rischio in cui tutti spesso incappiamo, quello di rimanere legati al proprio passato, dimenticandoci appunto di vivere il nostro presente per poter costruire il futuro.
Succede altrettanto spesso che le persone decidano di affrontare un percorso di cambiamento, certi di dover ripercorrere passo dopo passo il proprio vissuto e, talune volte, anche quello della propria famiglia di origine, dei propri genitori e della storia familiare in generale.
Questo può essere certamente utile, purché lo si faccia per lanciarsi con consapevolezza nel proprio presente.


Il passato è meraviglioso da raccontare, da ripercorre da soli o in compagnia, soprattutto quando si tratta di storie che ci fanno stare bene, ci fanno sorridere o come quando il ricordo è talmente piacevole che ci fa rimpiangere di non essere ancora in quel tempo.
E' utile farlo, quando da ciò che è stato capisco.

Altre volte, il passato è una storia che non ci lascia fare altri passi, che ci impiglia i piedi, lasciandoci incastrati in un tempo che non c'è.
Non è passato, non è presente, non sono lì, ma non sono neanche qui.
Le mie energie, impegnate nel ricordo, mi fanno sfuggire le circostanze che ho di fronte e, con esse, le possibilità del futuro.

Questo vortice di spazi temporali diventa il circolo vizioso della propria esistenza perduta, sì perduta nel ricordo di ciò che è stato, che produce a sua volta un altro effetto spiacevole: la convinzione che non potrà essere diverso da come è.

Ciò che riusciamo a vedere è solo ciò che è già successo, operiamo attraverso comportamenti lasciati già nella memoria, affrontiamo anche le nuove situazioni con il copione di quelle che abbiamo già vissuto.

Risultato ulteriore di questa situazione diventa l'incapacità di sentirsi fautori del proprio destino.

Attorno a tutto ciò, ruotano altre dinamiche possibili, che nascono dal fatto che il passato, e il vivere in esso, può mantenermi in uno stato emotivo perenne che non aiuta l'anima, rallenta la mente e offusca il campo di azione del proprio corpo, che rimane impigliato con un piede nella storia.

Cosa fare?
Affrontare il passato può essere molto utile, al pari di quanto ripercorrerlo all'infinito può essere molto inutile.
Il mio consiglio è:
riconoscere, accettare e condividere il proprio vissuto è una esperienza spesso necessaria,
rimanerci dentro, come un film che continua a girare gli stessi fotogrammi, fa male agli attori e anche a chi guarda.

Questa metafora per ribadire che bisogna fare il passo che dal passato va al futuro, attraversando e vivendo il presente....esser-ci, essere presenti a noi stessi per essere protagonisti di ciò che viviamo, dandoci la possibilità di costruire nuove strade, nuovi percorsi, nuove dinamiche ed essere promotori della nostra storia.

Come abbiamo già detto, in altre pagine, scegliamo sempre, anche quando siamo convinti di non averne la possibilità, questo per dire che bisogna scegliere il presente se vogliamo che il posto in cui andremo a vivere possa essere di nostro gradimento, continuare a rimuginare sul passato, su ciò che è stato, limita profondamente la nostra stessa esistenza e spesso, anche quella di chi è intorno a noi.
Il futuro è il prodotto di ciò che nel qui ed ora del presente sto ideando, pensando e costruendo.

Riprendiamoci la vita, scriviamo le pagine di un nuovo copione.

Concludo questo post con un "In prestito da .."

Charles F. Kettering

Il futuro mi interessa perché è lì che intendo trascorrere il resto della mia vita

                                                                                                         

sabato 12 ottobre 2013

ParolaNuda - Consapevolezza

Il coaching, come abbiamo visto, può facilitare la persona, aiutandola in un percorso di maggiore conoscenza di sè.
Per questo la persona, raggiungendo un maggior livello di consapevolezza del proprio modo di essere e del proprio agire, riesce a scegliere, scoprire e sperimentare altre soluzioni possibili che in passato neanche aveva preso in considerazione.
Acquisire un maggior grado di consapevolezza può voler dire essere nella condizione di comprendere come le azioni siano prodotte dalle proprie idee, emozioni e convinzioni.
Si sente dire spesso che la consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento e questo potrebbe somigliare ad un paradosso, la cosa bella è proprio che solo quando divento consapevole del mio essere al mondo, del mio essere in relazione con gli altri in un determinato modo, riesco a scegliere il cambiamento, ove questo si renda auspicabile o necessario.
Proprio perché il coaching diventa un grande alleato nel processo di consapevolezza, oggi scelgo di inserire, nella sezione ParolaNuda, proprio l'approfondimento di questo termine, questa volta, oltre le semplici definizioni, ritagliate qua e là da vari dizionari, inserirò commenti che possano aiutare un approfondimento maggiore del termine così come in questa sezione lo si vuole intendere.

Consapevolezza

Capacità dell'uomo di riflettere su se stesso e di attribuire un significato ai propri atti.
Consapevolezza del proprio ruolo, delle proprie responsabilità nei campi della propria esperienza.
La consapevolezza è spesso paragonata alla piena coscienza di qualcosa.
Si può essere consapevoli dei propri diritti, delle proprie capacità, dei propri difetti.
Una persona consapevole ha coscienza di sé e delle proprie responsabilità.
La consapevolezza è un processo profondo e interiore, attraverso il quale la persona raggiunge uno stato di armonia e di coerenza. 
La consapevolezza rende originale e unico il proprio rapporto con il mondo esterno. 
Si può essere consapevoli dei propri limiti e per questo decidere di superarli o accettarli. 
Si può essere consapevoli delle proprie capacità e per questo essere in grado di farne un buon uso o di migliorarle. 
Si può essere consapevoli delle proprie responsabilità e per questo riconoscerle e accettarle piuttosto che assumerle. 
Si può essere consapevoli  di tante cose e per questo vivere armoniosamente con noi stessi e con chi naviga, insieme a noi,
in questo mare immenso che sono le relazioni umane.

Diventare consapevoli è un passo fondamentale nella direzione giusta. 
Chi è consapevole non subisce perché ha la possibilità di affrontare e ripartire. 

giovedì 10 ottobre 2013

Cos'è il coaching - 2° parte.

Continuo con piacere a rispondere alla domanda "Cos'è il coaching?" subito dopo aver risposto a domande sul mio lavoro e sulla mia professione.

Oggi voglio aggiungere un nuovo tassello che possa aiutare le persone a capire cos'è il coaching e ancor di più a cosa serve e a chi.
Per farlo, chiederò l'aiuto ad una grande professionista e collega, una persona che stimo e che ho avuto il piacere di conoscere proprio nel mio percorso formativo, in special modo durante il conseguimento della certificazione internazionale "Coaching in NLP" con John Grinder e C. Bostic St. Clair.
Riporto di seguito un filmato nel quale Giovanna Giuffredi, coach di grande valore e professionalità, spiega cos'è il coaching.

mercoledì 25 settembre 2013

ParolaNuda

Oggi non decido di mettere a nudo una parola, piuttosto, lascio che sia qualcun'altro a decidere per me.
Mi spiego meglio, semplicemente decido di far scegliere la "ParolaNuda" di oggi a chi legge queste pagine e mi sollecita spesso, soprattutto quando rallento con le pubblicazioni dei post.

Così, lascio che sia qualcun'altro a decidere, mentre la parola nuda è proprio Responsabilità.

Non ho chiesto perché proprio questa, semplicemente mi sta bene e mi piace che si tratti nuovamente di un tema immenso come la responsabilità..

procedo, senza aggiungere altro...

Responsabilità
La condizione di dovere rendere conto di atti, avvenimenti e situazioni in cui si ha una parte, un ruolo determinante.
Consapevolezza delle conseguenze dei propri comportamenti e modo di agire che ne deriva.
"Possibilità di prevedere le conseguenze del proprio comportamento e correggere lo stesso sulla base di tale previsione".
La responsabilità, in questa accezione, si differenzia dalla semplice imputabilità, dall'attribuzione di un determinato comportamento ad una determinata persona, che spesso sfocia nella colpevolizzazione.
La responsabilità, in questo senso, chiarisce e sottolinea la condizione di libertà, in cui la persona sceglie di comportarsi in un determinato modo.
Sentirsi responsabili, diventa quindi sentirsi protagonisti, creatori di ciò che si fa, si dice e si vive.

Voglio concludere questo spazio, incrociandolo con l'altra sezione che è
"In prestito da..."

Martin Luther King

"Può darsi che non siate responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla per cambiarla."



venerdì 20 settembre 2013

Promesse d'amore

Avete mai chiesto a qualcuno di promettervi, in nome dell'amore, di rinunciare a qualcosa o a qualcuno?
Bravi!
Vi siete regalati la fine della vostra storia d'amore!
...

Ballata dell'amore cieco.

Un uomo onesto, un uomo probo,
tralalalalla tralallaleru
s'innamorò perdutamente
d'una che non lo amava niente.

Gli disse portami domani,
tralalalalla tralallaleru
gli disse portami domani
il cuore di tua madre per i miei cani.

Lui dalla madre andò e l'uccise,
tralalalalla tralallaleru
dal petto il cuore le strappò
e dal suo amore ritornò.

Non era il cuore, non era il cuore,
tralalalalla tralallaleru
non le bastava quell'orrore,
voleva un'altra prova del suo cieco amore.

Gli disse amor se mi vuoi bene,
tralalalalla tralallaleru
gli disse amor se mi vuoi bene,
tagliati dei polsi le quattro vene.

Le vene ai polsi lui si tagliò,
tralalalalla tralallaleru
e come il sangue ne sgorgò,
correndo come un pazzo da lei tornò.

Gli disse lei ridendo forte,
tralalalalla tralallaleru
gli disse lei ridendo forte,
l'ultima tua prova sarà la morte.

E mentre il sangue lento usciva,
e ormai cambiava il suo colore,
la vanità fredda gioiva,
un uomo s'era ucciso per il suo amore.

Fuori soffiava dolce il vento
tralalalalla tralallaleru
ma lei fu presa da sgomento,
quando lo vide morir contento.
Morir contento e innamorato,
quando a lei niente era restato,
non il suo amore, non il suo bene,
ma solo il sangue secco delle sue vene

                                       

lunedì 12 agosto 2013

Paura di scegliere.



La paura, un argomento già trattato nelle pagine di Effetto Coaching.
Ci ritorno perché sempre più spesso incontro persone che vivono una situazione di "paralisi" proprio perché ciò che stanno provando è paura.

Ma chi non conosce questo stato emotivo?
Anche il più coraggioso prima o poi si è trovato a sperimentare questa strana emozione che non ci permette di scegliere e sentirci liberi di agire.
Cosa succede allora se ciò che facciamo è rimanere invischiati in questo stato emotivo?
Purtroppo quasi niente, purtroppo, come si diceva, il rischio maggiore è proprio la paralisi.
C'è chi ha paura delle proprie scelte, chi sente la scissione, i due inquilini interiori che tirano da un lato e dall'altro come se fosse un tiro alla fune.
Quanto spesso sentiamo di essere proprio la fune che viene tirata a destra e a sinistra, senza cedere  né troppo da un lato né troppo dall'altro?
E chi sono quei due che ci lasciano in balia delle loro spinte?
Così siamo quasi in equilibrio, solo che è un equilibrio spiacevole, un equilibrio che non ci fa stare tranquilli perché in realtà non decidiamo nulla, se non il rimanere tra le spinte di questi due.

Insomma, alla fine chi vincerà questa partita di tiro alla fune? Certamente io, visto che sono sempre io che tiro, una volta a destra e una volta a sinistra.

Ma allora come faccio a sapere ciò che voglio veramente?

Ci sono tanti modi per scoprirlo, ma ciò che conta sapere è proprio che quei due, che sembrano i famosi "angioletto" e "diavoletto" raccontati dagli adulti ai bambini, sono entrambi parte di me.
Devo solo riuscire a metterli d'accordo, farli incontrare a metà strada per chiacchierare pacificamente, permettere che si confrontino per poi mettersi d'accordo.
Del resto, entrambi vogliono il proprio bene e visto che si tratta sempre di me, alla fine ciò che sceglierò sarà comunque il mio bene.

Allora la frase "se tornassi indietro, oggi farei ..." non ha molto senso, anzi è un contro-senso, come faccio a tornare indietro e pensare contemporaneamente di decidere una cosa del passato oggi?
Chissà quante cose sono cambiate da quando ho preso quella decisione, chissà quanto io sono cambiata da quando ho scelto di agire in quel determinato modo.
Rimane solo un fatto, scegliere consapevolmente e il futuro sarà certamente ricco di nuovi spunti e anche di ripensamenti, ma tanto scegliere nel futuro qualcosa del passato, oltre che impossibile, è inutile!

Metti d'accordo i tuoi inquilini, lascia che si confrontino, sceglieranno in accordo il bene di entrambi, quindi  il tuo.

Questo post è dedicato a tutti quelli che rimangono immobili nella paura di scegliere, a tutti quelli che hanno deciso di chiudere un capitolo importante della loro vita, ma ciò che li spaventa maggiormente è il nuovo che avanza.
E' dedicato a chi sente la responsabilità della scelta, consapevole che questa coinvolgerà anche la vita di qualcun'altro, e proprio questa consapevolezza trascina la mente e il cuore in un mare di dubbi.
E' dedicato a tutti quelli che hanno deciso di liberarsi, scegliendo.
Infine è dedicato a R., G. e B.


mercoledì 7 agosto 2013

ParolaNuda



E' da tempo che penso di inserire, accanto alla sezione "In prestito da ...", una parte dedicata all'approfondimento di termini che spesso utilizziamo e, proprio la frequenza con cui lo facciamo, in qualche modo, ci lascia sfuggire il significato originario del termine stesso.
Vorrei quindi inaugurare questo nuovo spazio virtuale, nel quale semplicemente riporterò le definizioni di termini meritevoli, secondo me, di riflessione e approfondimento, o anche solo di una semplice rilettura.
Definizioni a volte prese da più fonti e ritagliate qua e là, diciamo una sorta di selezione personale che possa aiutare a "spogliare" la parola e renderla "nuda" nel suo splendore, per arrivare in fondo al suo significato originario.
 In un'epoca in cui lo spogliarello dei corpi è diventato banalità, decido di spogliare le parole per il desiderio e l'esigenza di riflessioni più profonde e parole meno abusate.
Decido di spogliare le parole perché credo che la loro conoscenza profonda possa aiutare la comunicazione interpersonale, spesso le discussioni tra le persone nascono da malintesi e troppo spesso questi malintesi riguardano anche le parole utilizzate che compongono i messaggi inviati all'altro.

Arrivo al dunque ed inauguro, dando il nome a questo nuovo spazio:  "ParolaNuda".

Aggiungo infine che, così come per lo spazio virtuale "In prestito da ...", mi piacerebbe ricevere il contributo di chi legge, affinché le riflessioni possano nascere da più menti e non solo dalla  mia, pertanto inauguro questo spazio con la speranza che possiate inviare anche voi le vostre "ParoleNude".

Ed ecco a voi la prima "ParolaNuda", il primo spogliarello:

Empatia
Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro. Con questo termine si suole rendere in italiano quello tedesco di Einfühlung.
Empatia significa sentire dentro, ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale.
Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento.
Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo.

venerdì 2 agosto 2013

La chiamano responsabilità.

E chi ce l'ha?
Qualcuno ne ha troppa, sfociando nel senso di colpa, qualcuno ne ha troppo poca, sfociando nella negazione a tutti i costi.

Conosco persone che si caricano di troppa responsabilità, che si sentono la causa di tutto e arrivano con questo anche a sviluppare quel tanto caro senso di colpa.
Conosco persone che invece non riescono e non sono mai riuscite a dire la difficile frase "mi dispiace".

C'è chi dice che dietro questa de-responsabilizzazione ci sia un retaggio culturale, che da bambini ci inculcano anche solo con un gioco.
Cado dal letto e l'adulto mi dice "Cattivo letto! Che ha fatto cadere questo angioletto."
In questo modo e in tanti altri modi insegno al bambino a non chiedersi cosa di diverso poteva fare lui per non cadere. Sì, è un gioco, ma se è ripetuto tante e tante volte, almeno quante sono le cadute in cui incappa un bambino, non è difficile immaginarne la portata degli effetti e delle conseguenze.

Conosco persone che di fronte ad un chiarimento con un'altra persona, si perdono nelle giustificazioni del loro comportamento, evitando fino in fondo il confronto con la situazione.

E' vero, ognuno di noi vive a proprio modo la realtà, ed è vero che ognuno di noi cerca di stare nel miglior modo possibile nella propria realtà, a volte anche a discapito dell'ammissione delle proprie responsabilità sulle conseguenze e, a volte, anche rinunciando a quell'onestà che permetterebbe di vivere davvero serenamente anche i propri "errori".

Anche qui, a riguardo degli errori, da bambini ci insegnano che sbagliare è una cosa grave, che è una cosa che porta a volte ad una punizione, penso al bambino che cade e che  in certi casi prende la sberla dal genitore, quindi la domanda è: che cosa insegniamo ai nostri figli quando, fino ad una certa età lasciamo che sia addirittura colpa dell'oggetto, il letto, ad averli portati alla caduta e poi da una certa età in poi se cadono si beccano uno scappellotto?

Chi si confronta con i propri errori, riuscendo a tenersi in "equilibrio" con la propria realtà?

Perché proprio come gli adulti, fino ad una certa fase della nostra vita, ci hanno fatto vedere, la realtà può essere modificata a tal punto che un  letto può farci uno sgambetto.
E altrettanto abbiamo imparato che far vedere a qualcuno che abbiamo sbagliato può essere grave, tanto da poter arrivare alla violenza fisica.
Sarà forse anche per questo, che impariamo prima a modificare la realtà, poi a nasconderla e quasi mai ad accettarla, non ammettendo che con il nostro comportamento inviamo all'altro un messaggio, che certamente delle reazioni provocherà.

Allora l'errore diventa risorsa solo quando riesco ad accettarlo e prima ancora a vederlo, a prenderlo, a farmene carico, senza per questo cadere nel senso di colpa, e rielaborarlo per trarne da quell'esperienza qualcosa di nuovo e possibilmente di migliore.

Ho imparato, dal confronto con gli altri, che la colpa può diventare responsabilità, che mai va intesa come il cilicio sulla schiena.
La responsabilità equivale con la causatività, e questa corrisponde al poter tenere il telecomando in mano, non quello che mi fa accendere l'elettrodomestico in casa, ma quello che mi fa accedere alle mille risorse che lascio spesso inespresse, che fanno parte di me e della mia vita, ma soprattutto fanno parte del mio stare al mondo.
Il telecomando che mi fa decidere chi voglio essere, il telecomando che mi fa relazionare con gli altri, sapendo che ho una responsabilità, mentre mi muovo nella sfera immensa delle relazioni.
Il telecomando che non mi fa aspettare che siano gli altri a decidere per me.
Il telecomando che mi fa capire che io sono presente a me stesso e agli altri con la responsabilità delle mie azioni e del mio dire.
Il telecomando che mi ricorda che io sono protagonista di ciò che vivo al pari degli altri.
Spesso lasciamo il telecomando, o meglio, spesso siamo convinti di non aver partecipato alla scena che si è appena girata, e proprio per questo ciò che facciamo è lasciare il telecomando nelle mani dell'altro.
Quando procediamo in questo modo, ci convinciamo che noi non abbiamo causato niente, che ciò che abbiamo vissuto è solo frutto delle azioni o delle decisioni altrui e che il nostro è stato solo reagire.

Come diceva quell'attore, "M'hai provocato? E mo' te magno!"
Dunque, la domanda è: vogliamo essere liberi di dire, fare e pensare?
Certo che lo siamo, altrettanto certo che ognuno di noi alla nascita venga dotato del suo telecomando.
Solo che poi le scelte che facciamo implicano tante possibili risposte, tante quante sono le differenze tra le persone con cui entriamo in relazione, e tra quelle risposte sono incluse anche quelle che non ci piacciono.

Questo post è dedicato a chi si perde per poi ritrovarsi, a chi ha voglia di migliorare per se stesso e non per gli altri, a chi è capace di confrontarsi con i propri errori e affrontarli, a chi sa che c'è sempre almeno una scelta, anche se decidiamo di non scegliere.
A chi  è consapevole, nel bene e nel male.
A chi ha smesso di pensare che Jessica Rabbit sia così solo perché qualcuno l'abbia disegnata in quel modo.
Infine è dedicato a M. che aspettava un nuovo post da maggio.






martedì 28 maggio 2013

"Sul danno e l'utilità della storia per la vita"

Il post di oggi prende in prestito un titolo da uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Nietzsche.
Come dicevo però è solo un titolo preso in prestito, perché ciò che vorrei trattare oggi non è esattamente ciò che trattò Nietzsche, piuttosto è un argomento affrontato già in passato su questo blog da altri punti di vista.
Il post di oggi è anche un dono per quelli che amano le letture brevi brevi ...
La storia, quella di tutti i giorni, ma anche quella che troviamo scritta sui libri, dovrebbe aiutarci a comprendere.
Chi non ha mai sentito dire "sbagliando si impara!"?
Quante volte abbiamo sentito qualcuno pronto a ricordarci che dai nostri errori possiamo imparare qualcosa?
Eppure sembreremmo spesso pronti a ripetere gli stessi pensieri, le stesse azioni e quindi anche gli stessi risultati.

Eh già, troppo spesso ci concentriamo sul risultato, sull'errore, su ciò che abbiamo concluso alla fine di un percorso che è partito da un pensiero ed è passato per un'azione.

Allora il punto cruciale è proprio questo, quando mi concentro sul risultato, quando ciò che riesco a fare è guardare ciò che ho prodotto, senza soddisfazione, per realizzare qualcosa di diverso dovrò partire dall'inizio, ossia dal pensiero che mi ha condotto a quel risultato.

Invece, per tanti motivi la cosa che ci viene più facile è concentrarci sul risultato....cambiare prospettiva ancora una volta vuol dire partire da altrove, cambiare qualcosa.

Allora, concentratevi qualche minuto, pensate al risultato che a malincuore state producendo all'infinito, qual è la cosa che più spesso vi trovate ad affrontare come frutto delle vostre azioni e che proprio non vorreste rivedere mai più?

Certo, c'è un punto zero: sentire che quel risultato che avete di fronte è prodotto da voi, e non da
qualcun' altro o da situazioni esterne, quindi fate questo passo e cercate ...trovato?

Bene, il passo necessario è vedere il risultato ottenuto, sapere che non è ciò che avreste voluto ottenere, ed ora visualizzate l'azione che vi ha condotto a  tale risultato e, ancora, cosa c'è dietro questa azione?
Qual è il pensiero che vi induce ad agire in tal senso?

Bene, ora che lo avete trovato, cestinatelo, non vi serve e ne avete anche la prova!

Non vi è servito fin'ora e, se dovesse servirvi, saprete dove cercarlo: nel cestino delle cose inutili.



Ora riconcentratevi e pensate: quale pensiero, convinzione, credenza possa aiutarvi ad agire in un altro modo, al fine di ottenere il risultato desiderato?

C'è una cosa che potrà aiutarvi in questo passaggio, se nella vostra testa non riuscite a trovare un pensiero differente, cercate nei pensieri di qualcun' altro, cercate nelle idee di chi è riuscito ad ottenere ciò che ha desiderato.


Una volta trovato il pensiero che potrà aiutarvi in questo nuovo percorso, non dovrete far altro che iniziare ad agire spinti da questa idea, ciò che verrà dalle vostre azioni ha ottime possibilità di essere ciò che avete desiderato.




lunedì 27 maggio 2013

Emozioni

Ancora una volta, mi è capitato di portare in aula questo argomento, ed ancora una volta un dato si è esplicitato: la maggior parte di noi sperimenta la necessità di nascondere le proprie emozioni, emozioni che volontariamente celiamo perché ...  le risposte sono tante, c'è chi dice che sarebbe disdicevole, o chi ha accettato la cultura de "i bambini si baciano mentre dormono".



Insomma sperimentiamo spesso questa necessità del nascondere agli altri ciò che proviamo, come dire è sconveniente farsi vedere in lacrime, è sconveniente dire ciò che si è provato, è sconveniente aprirsi e raccontare all'altro ciò che ho sentito in una determinata situazione.



Qualunque sia il motivo per il quale decidiamo spesso di non accogliere e vivere apertamente le nostre emozioni, certamente è necessaria una rieducazione che ci aiuti a vivere meglio gli stati emozionali che in ogni istante di ogni singola giornata pervadono il nostro corpo e il nostro animo.

Del  resto, anche chi decide di sminuire i propri stati emozionali, di non accettarli, in realtà rifiuta ciò che non può non vivere e sentire, le emozioni sono la conseguenza imprescindibile di ciò che dall'esterno e da ogni parte arriva ai nostri recettori.
Possiamo controllarne l'insorgenza? Decisamente no.
Possiamo gestirne però la durata, l'intensità, questo sì.

Erroneamente, si è spesso convinti che imparare a gestire le emozioni sia corrispondente ad una snaturalizzazione del nostro sentire, mentre imparare a gestire significa sentire e godere delle proprie emozioni, senza soccombere ad esse, proprio quando si tratta di emozioni negative che ci indurrebbero a comportamenti indesiderati.
Insomma, chi rifiuta le proprie emozioni, credendo che siano inutili, in qualche modo sta affermando che esse non siano invece la spinta per i nostri comportamenti.
Ciò che facciamo è in larga misura la conseguenza di ciò che abbiamo provato un instante prima di agire.

Accettare, riconoscere, accogliere e poi gestire i propri stati emozionali, significherebbe vivere serenamente la relazione con noi stessi, imparare a conoscerci meglio.
Fare questo porterebbe anche ad un'altra piacevole possibilità: migliorare le nostre relazioni all'esterno, migliorare i rapporti con le persone che frequentiamo ogni giorno.
Le emozioni, un argomento infinito dalle infinite riflessioni, e come sempre preferirei non dilungarmi oltre.
Chiuderei questo post con una frase meravigliosa, già inserita nella sezione "In prestito da ..." e questa volta il prestatore silente è Aristotele con:

La felicità è un segno di potenza.