Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.

Roberta la Viola

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I contatti per prenotare o chiedere informazioni sono 377.53.63.173 o effettocoaching@gmail.com
La prima sessione è GRATUITA.

mercoledì 12 marzo 2014

Parole, parole, parole.

Quante ne diciamo, ci riempiamo la bocca di tante parole.
Ogni famiglia ha le sue dinamiche di comunicazione, ogni famiglia ascolta in un determinato modo e, soprattutto, ogni famiglia interpreta in un certo modo.
Quando dico "famiglia" intendo anche qualsiasi gruppo consolidato come tale, in qualunque settore sia inserito, in qualsiasi ambito della vita, che sia un gruppo di lavoro, piuttosto che uno di amici.
Quando frequentiamo qualcuno in un certo modo, quando il rapporto è consolidato e duraturo, spesso mettiamo insieme una serie di abitudini che diventano caratteristiche del nostro stare in relazione e quindi anche del nostro comunicare.

Ci sono famiglie che usano spesso il sarcasmo per dirsi ciò che pensano, altre che in maniera compita affrontano qualsiasi situazione, altre ancora non riescono ad esprimersi se non utilizzano toni decisamente alti.
Insomma, ognuno ha il suo modo e riconoscerlo facilita la relazione.
Riconoscerlo significa anche essere consapevoli che non ci si sta arrabbiando o non ci si sta insultando o qualsiasi altra cosa, ma semplicemente sapere che quella è la modalità di comunicazione che contraddistingue quel gruppo.

Sto parlando di parole e in realtà vorrei tanto dire ascolto, eh già, perché questo riconoscimento in realtà, questa consapevolezza, avviene proprio quando la persona si è  fermata ad ascoltare il proprio gruppo, quando nel fermarsi in silenzio si è osservato e riconosciuto il carattere che lo contraddistingue.
Eppure ascoltare è forse la parte più difficile del processo comunicativo.



Un'amica giorni fa mi ha aiutato a ricordare un aspetto molto importante che interviene mentre siamo convinti di ascoltare il nostro interlocutore, ciò che facciamo mentre siamo lì in silenzio è parlare.
Non sono impazzita, parliamo a noi stessi, mentre qualcun altro al di fuori sta indirizzando messaggi a noi, siamo lì in silenzio, ma solo apparentemente, ciò che stiamo facendo è "leggere la mente", quella di chi sta parlando a voce alta, esprimendo qualcosa indirizzata a noi.

Pensateci un attimo, qualcuno vi dice qualcosa, e mentre lo fa voi state già pensando alle marmotte che incartano il cioccolato, vi state dicendo "cosa avrà voluto dire?" o anche "chissà cosa c'è dietro?".
Ebbene questo è leggere nella mente altrui, o essere convinti di poterlo fare, prima ancora che l'altro abbia terminato di esprimersi.
Come dicevo è un processo che più o meno tutti nella vita attuiamo, anche perché in qualche modo vediamo la comprensione legata all'interpretazione e proprio il vederle legate spesso ce le fa confondere.

Quindi, pensiamo di comprendere il  messaggio del nostro interlocutore mentre invece lo stiamo interpretando.



Poco tempo fa ho avuto a che fare con una coppia di genitori, preoccupati per il proprio figlio e impegnati nel salvaguardare il suo futuro, a parte tutto il resto e le dinamiche osservabili, ciò che mi ha colpito intensamente è stato proprio il loro modo di comunicare, anzi di ascoltare-interpretare lo stato d'animo del figlio, le sue possibili intenzioni.

Ho scoperto, nel confronto con loro, che sono stati sempre molto disponibili e pronti a risolvere le problematiche del figlio, il punto cruciale però è che quasi mai lo hanno ascoltato, mentre troppo spesso lo hanno interpretato.

Quindi, i problemi di chi hanno cercato di risolvere?

Pensateci un attimo, quanta energia investiamo nell'interpretazione, che poi non sempre si rivela corrispondente al pensiero altrui?

E quanta ne risparmieremmo se, anziché ascoltare-interpretare, ascoltassimo-comprendessimo il nostro interlocutore?








lunedì 10 marzo 2014

Rassegnazione

Ecco la ParolaNuda: rassegnazione

La Treccani la spiega con le parole che seguono: Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere.

Mi piacerebbe soffermarmi proprio sulla seconda parte.
Mi è capitato negli utlimi giorni di occuparmi di colloqui di selezione e, purtroppo, ho riscontrato che buona parte dei candidati presentatisi al colloquio ha negli occhi e nelle parole proprio quello stato di rassegnazione che fa rinunciare e non lascia intravedere possibilità.
Proprio questa esperienza mi ha fatto pensare che ci si è rassegnati a tal punto che ogni settore viene definito come il più maltrattato dalla crisi, ognuno esprime il proprio parere a riguardo, con un fattore comune che contraddistingue in maniera evidente ogni parlante, come se vi fosse un marchio di fabbrica, un marchio che dice RASSEGNATO!
Rassegnato all'impossibilità di trovare lavoro, rassegnato all'idea che non è possibile desiderare il lavoro ideale, rassegnato all'idea che il territorio non aiuta, rassegnato all'idea che non ci è dato di progettare, insomma "rassegnato e basta".


Voglio provocare, voglio smuovere questi animi, voglio vederli impegnati nella ricerca di soluzioni possibili.
Ne ho parlato spesso in queste pagina, la chiarezza degli intenti, la capacità di saper decidere.
Spesso durante il colloquio chiedo: "cosa vuole fare da grande?"
Le maggiori risposte che ottengo iniziano così: "io avrei voluto fare ...".
Eppure io ho chiesto "cosa vuole fare" e non "cosa avrebbe voluto", allora mi accorgo che pieni di rimpianti ci muoviamo nel mondo della rassegnazione a tutti i costi.
Ci affidiamo ai consigli di altri, ci scopriamo rinunciatari a priori, lontani dalla possibilità di sperimentare direttamente, alla fine rimpiangiamo anche l'aver seguito il consiglio ricevuto.
Una volta è la scuola, una volta è l'università, un'altra ancora il trasferimento per lavoro o il lavoro stesso.
Allora chiedo in questo momento: a cosa ci serve la rassegnazione?
Dove mi può portare?
Cosa aggiunge questo stato, se non la certezza di non uscire e non riuscire?
La sicurezza di non vedere possibilità alcuna.
Se le vostre parole denunciano la vostra stessa rassegnazione, ri-prendetevi, progettate, sognate e liberatevi dai limiti che avete posto a voi stessi.
Chiedetevi ancora cosa vi piacerebbe fare e programmate le azioni per farlo, proprio nei post precedenti abbiamo affronato il tema della chiarezza degli obiettivi e delle tre domande che aiutano a stabilire il percorso da intraprendere:
Cosa?
Come?
Quando?

La bella notizia è che anche la durata di uno stato d'animo come la rassegnazione dipende da noi, comprendere l'inutilità è molto utile, smettere è questione di scelte.

C'è anche un'altra bella notizia, ho incontrato tante persone in questi giorni, e non tutte mi hanno trasmesso la rassegnazione, molte altre mi hanno fatto vedere la volontà, la determinazione a fare meglio e la capacità di programmare il proprio futuro pur consapevoli delle difficoltà.
Del resto, se il territorio di provenienza è lo stesso, quello delle tante persone incontrate, come mai c'è chi vive la rassegnazione e chi invece la vince?

L'esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.
                                                                                                                      Aldous Leonard Huxley 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-49594>

giovedì 27 febbraio 2014

Intenzione

La ParolaNuda di questo post è proprio intenzione.

La Treccani la definisce come segue:

"... dal lat. intentio -onis, der. di intendĕre «tendere, rivolgere».
Orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo".

La definizione data dall'enciclopedia Treccani continua con la distinzione tra volontà e intenzione, secondo la quale, nella seconda vi sarebbe una minore determinazione.
Eppure l'intenzione che mettiamo nel fare o non fare qualcosa determina in gran parte il raggiungimento del risultato sperato.

Allora la domanda è: siamo proprio sicuri di mettere tutta l'intenzione possibile, quel tenderci verso l'obiettivo, quando agogniamo qualcosa?

Troppo spesso siamo portati a giustificare il non raggiungimento, cercando qua e là le motivazioni che ci hanno spinto ad agire in un certo modo.
Troppo spesso sentiamo la frase "non era nelle mie intenzioni ..." e troppo poco spesso pronunciamo, o sentiamo la frase, "era nelle mie intenzioni".
Dove stiamo direzionando la nostra volontà?
Verso dove ci stiamo muovendo con l'intenzione di farlo?




Quando ci prefissiamo un obiettivo è fondamentale saper rispondere a tre domande:
Cosa?
Come?
Quando?

Iniziamo da qui, smettere di dirci il perchè una cosa non ha funzionato può essere utile, sapere cosa voglio, come farò ad ottenerlo e in quanto tempo, è fondamentale!

Giustifichiamo le nostre azioni, le cose che diciamo, quelle che non diciamo e ci impegniamo in analisi che non ci aiuteranno a stare meglio.
Perchè lo facciamo?
Forse proprio perché non abbiamo la giusta intenzione, o forse perché stiamo facendo qualcosa con l'intenzione di qualcunaltro.
Mi riferisco a tutte le volte che ci impegnano in una direzione senza desiderare di andare proprio da quella parte.

C'è un punto zero, quando voglio cambiare qualcosa, quando voglio raggiungere un obiettivo, e questo punto si chiama in gergo "ecologia dell'obiettivo".
Il punto zero è sapere ciò che voglio, essere certi che l'obiettivo è mio e di nessun altro.
Non potrò raggiungere l'obiettivo se l'intenzione non è mia, non orientata verso qualcosa che io voglio e non mia madre, mio padre, mio marito, mia moglie e così via.
L'intenzione è necessaria, gli strumenti per chiarila altrettanto.

Questa ParolaNuda è dedicata a tutti quelli che scelgono le scelte di altri, a tutti quelli che pensano di aver "fallito" per incapacità.
Non posso pensare di aver "fallito" se ciò verso cui sono andato era ciò che non volevo.
La bella notizia è che ci sono sempre altre possibilità, bisogna saperle vedere, bisogna scovarle, e per farlo ciò che conta è la nostra intenzione.

Questa ParolaNuda è anche un tassello che si aggiunge al discorso sul coaching, proprio perché il coach è un facilitatore, è lo Sherlock Holmes delle risorse che la persona ha dimenticato di possedere.
Il coaching aiuta a chiarire l'intenzione per direzionarla con la giusta determinazione verso il cambiamento.

Quindi, buona scoperta a tutti!

giovedì 20 febbraio 2014

Ri-cominciamo ...

...urlato un po' come fa Pappalardo nel suo storico brano...
Bando alle ciance, mi preme salutare tutti dopo questa lunga pausa.
No, non mi sento la diva che saluta i suoi fans, piuttosto semplicemente sono consapevole di non aver scritto nulla per tanto tempo.
Ho pensato spesso a questo spazio virtuale, lasciato qui, ma mai abbandonato, solo una serie di vicissitudini lavorative e non, non mi hanno permesso di dedicarmi nel modo in cui avrei voluto.
Chi fa marketing sa bene che al giorno d'oggi devi essere "presente" nel mondo virtuale proprio perchè questo ti aggancia a ciò che poi il mercato del mondo reale offre.
Senza dilungarmi troppo, dico semplicemente che, pur condividendo la filosofia di un certo marketing, la mia presenza negli ultimi mesi è stata prettamente nel mondo reale o molto poco in quello virtuale.

Vorrei, quindi, riprendere e farlo dalla libertà!




La libertà di decidere per se stessi, la libertà di sentire che possiamo decidere svincolandoci dai doveri che più o meno consapevolmente alimentiamo al nostro interno.

Spesso sento genitori lamentarsi dell'incapacità dei propri figli di decidere la strada da prendere e, di questi tempi, quasi sempre si tratta di lavoro, o studio.
Insomma di quelle scelte che i genitori spesso sentono di dover fare al posto dei loro figli.

Da genitori viene spontaneo immaginare un futuro per i bambini che abbiamo messo al mondo.
Quei bambini che diventeranno adolescenti e che già al momento della scelta della scuola sentiamo il dovere di consigliare; quegli adolescenti diventeranno i giovani che si troveranno di fronte alla scelta dell'università o del lavoro.
Proprio da qui in poi, spesso, compaiono le lotte intestine, quelle che ognuno vive singolarmente e spesso esprime a malo modo all'esterno.
Lotte di padri e madri che non vedono più il bambino su cui hanno riposto tanti sogni e progetti futuristici.
Lotte di figli che vivono il divario tra ciò che vorrebbero e ciò che sentono di poter o dover volere, il divario tra i propri progetti, a stento pronunciati, e quelli dei genitori che tanto hanno dato e detto.
Un apparente volo pindarico pone questi genitori di fronte ad un/una giovane che tenta e cerca di capire e decidere ciò che vorrà fare.

Questo è un campo minato, perché oltre alle singole situazioni familiari, spesso bisogna tener presente il contesto storico sociale, come il mercato del lavoro e le crisi economiche che da sempre si susseguono a momenti di prosperità.
Ma in questo spazio virtuale abbiamo già parlato del fatto che si è responsabili del proprio destino e che anche quando non si sceglie, si sceglie.

Ribadito questo, un dato è fondamentale, questi ragazzi hanno mai scelto?
Quanto, da genitori, abbiamo influito sulla capacità di essere "liberi" dei nostri figli?

A volte ci lanciamo in consigli senza guardare chi ci sta di fronte, lo facciamo con gli amici e ancor di più lo facciamo con i nostri figli.

Abbiamo un'idea di loro, l'abbiamo creata noi, nel corso della nostra convivenza, sulla base di questa idea siamo convinti che il primo figlio sia portato per fare questo, che il secondo sia più portato per quest'altro e così via.
Allora diventiamo i saggi che spingono, in maniera più o meno consapevole, affinché si intraprendano certe strade piuttosto che altre.

Cosa facciamo in realtà, siamo proprio sicuri che i nostri consigli siano tali e non contengano il rischio distruttivo tipico dei giudizi e di certe convinzioni?

Quando chiedo, ai genitori in difficoltà di relazione con i propri figli, se hanno mai provato a chiedere cosa vorrebbero fare questi ultimi, quasi tutti mi dicono di sì e, soprattutto, affermano di averlo fatto tante e tante volte.

Non dubitando della veridicità della risposta, credo che il punto sia come sia stata posta questa domanda.

Spesso chiediamo, includendo già risposte e opinioni, giudizi e convinzioni.

Ci sono tanti modi per aiutare un figlio, il primo è spingerlo verso la libertà.
Questa non coincide con il menefreghismo o l'egoismo, questa coincide con la capacità di scelta, l'indipendenza da condizionamenti e giudizi.
La libertà di essere se stessi e comprendere cosa si vuole.
Il ragazzo o la ragazza che non imparano a decidere e scegliere autonomamente, perché tanto c'è il genitore che lo farà per lui o lei, spesso da adulti cercano altre figure che possano sostituirsi ai genitori.
E il circolo vizioso è servito!

Il celebre testo di Gaber: "la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione ..." 
mi fa chiedere, partecipiamo alla vita dei nostri figli o piuttosto ci sostituiamo a loro?

Chiudo questo post con una frase, che ritengo esaustiva di quanto detto, tratta da "Per dieci minuti" di C. Gamberale:

"Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un'occasione?"






mercoledì 4 dicembre 2013

Confrontarsi nell'intenzione, scontrarsi nelle passioni.

Quanto è dura far capire il proprio punto di vista a qualcun'altro?
A volte sembra quasi di essere lontani anni luce, di sentirsi talmente incompresi da essere isolati in uno spazio e in un tempo nei quali la percezione della verità sembra più sfuggente che mai.
Non sarà che proprio la ricerca della verità sia l'atto fallimentare?
Quando siamo convinti di aver ragione e di essere i detentori della verità assoluta, a mala pena riusciamo a guardare in faccia l'altro.
Ci sentiamo sconfitti nel confronto, e avviliti dallo scontro, esausti per le energie che abbiamo liberato e lanciato nella discussione con l'altro.

Ma forse dovremmo prima di ogni altra cosa chiederci se entrambi non si abiti dalla parte giusta,
la percezione soggettiva che abbiamo della nostra esperienza ci dovrebbe ricordare che spesso non c'è un vincitore.
 

Come è difficile confrontarsi quando la ricerca riguarda proprio quella ricerca della verità inesistente.

Ognuno ha la propria.
La sofferenza, il dispiacere, ci rendono vulnerabili e dal confronto, con le passioni, ci ritroviamo in balia delle tensioni che creano lo scontro.

Nessuno lo avrebbe voluto, eppure ci si trova ad annaspare per cercare la via d'uscita.

La tanto nominata causatività, la responsabilità delle proprie azioni, basterebbe chiedersi quanto rifaremmo ciò che abbiamo fatto, quanto siamo convinti che il nostro comportamento prima che una reazione è un'azione.
La scelta, il decidere perchè si sente che ciò che si è fatto lo si rifarebbe.

Responsabilità.

Questo post è dedicato a tutti quelli che ritengono di abitare nel paese delle verità assolute, a tutti quelli che giustificano il proprio comportamento perchè le loro azioni sono reazioni.
Ed anche a chi riesce a farsi carico delle proprie azioni senza la fustigazione.

giovedì 24 ottobre 2013

"L'elefante incatenato" di Jorge Bucay

Riporto, di seguito, il testo che un lettore anonimo ha inviato come commento al precedente post "Convinzioni".
So bene che possa essere letto semplicemente cliccando in fondo, nella sezione commenti, ma il timore che possa sfuggire mi fa decidere di renderlo evidente.
Prima di lasciar leggere il testo che segue, ringrazio immensamente l'anonimo che ha trascritto il testo dello psicologo, scrittore e drammaturgo argentino Jorge Bucay.

“Non posso” - gli dissi - “Non posso!”
“Ne sei sicuro?” - mi chiese lui.
“Sì, mi piacerebbe tanto sedermi davanti a lei e dirle quello che provo... Ma so che non posso farlo”.
Jorge si sedette come un Buddha su quelle orribili poltrone azzurre del suo studio. Sorrise, mi guardò negli occhi e, abbassando la voce come faceva ogni volta che voleva essere ascoltato attentamente, mi disse:
“Ti racconto una storia...”.
E senza aspettare il mio assenso iniziò a raccontare.

“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall'elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.
Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perché non scappava?
Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell'elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato.

Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.
Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.
Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:

l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l'elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora...
Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l'animale accettò l'impotenza rassegnandosi al proprio destino. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell'impotenza sperimentata subito dopo la nascita.
E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.
E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più...”

“Proprio così, Demiàn. Siamo un po' tutti come l'elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà.
Viviamo pensando che “non possiamo” fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato ed avevamo fallito.
Allora abbiamo fatto come l'elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: non posso, non posso e non potrò mai.
Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli, perciò non proviamo più a liberarci del paletto.
Quando a volte sentiamo la stretta dei ceppi e facciamo cigolare le catene, guardiamo con la coda dell'occhio il paletto e pensiamo:
non posso, non posso e non potrò mai”.
Jorge fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a me e proseguì:
“E' quello che succede anche a te, Demiàn. Vivi condizionato dal ricordo di un Demiàn che non esiste più e che non ce l'aveva fatta.

L’unico modo per sapere se puoi farcela è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore… tutto il tuo cuore!”




                                                         
                                                              Foto: Sebastião Salgado

mercoledì 23 ottobre 2013

Convinzioni

Abbiamo già affrontato questo tema?

Credo di no, e mentre pensavo di non aver scritto nulla a riguardo, contemporaneamente esclamavo "come è possibile?!?"

Dunque cari amici lettori, come avete potuto capire qui oggi affrontiamo questo argomento.

Le convinzioni, impossibile pronunciare la frase "io non ne ho".
Eppure spesso mi capita di sentire persone dire che non hanno convinzioni, che il loro pensare ne è libero.

Forse ciò che bisognerebbe chiarire allora è cosa intendiamo con questo termine, perché risulterebbe impossibile, andando a fondo, scoprire di non averne.

Il Sabatini Coletti definisce le convinzioni nel modo che segue:
1 Certezza: una c. radicata || fare opera di c., persuadere pazientemente
2 (al pl.) Insieme dei principi in cui una persona si riconosce: c. religiose
• sec. XVI

E' emblematico pensare che la convinzione sia equiparata ad una certezza, del resto, come detto da H. Ford “Che tu creda di farcela o di non farcela, hai comunque ragione.”
Prima di affrontare questo aspetto, però, mi soffermerei più sulla definizione secondo la quale si tratterebbe di principi in cui ci riconosciamo.

Verrebbe quindi da dire, che non averne potrebbe dire non riconoscersi, e quindi anche che sarebbe impossibile pensare di non averne.

Ognuno di noi ha almeno una convinzione, ognuno di noi ha almeno un pensiero che lo renda certo di qualcosa.

Posso avere la convinzione di essere bello, o anche di essere brutto; posso essere convinto che non mi sposerò mai o anche che non potrei non farlo.

Potrei essere convinto che non torverò mai lavoro in un determinato paese o essere certo che sia solo questione di tempo.
Insomma potrei andare avanti all'infinito, proprio perchè la nostra mente è piena di convinzioni.
E quindi a questo punto è necessaria una specificazione, possiamo dividere le convizioni in due macro specie: le convinzioni potenzianti e quelle limitanti.

Vediamo un po' come funzionano, una convinzione è potenziante quando mi aiuta a realizzare me stesso, a sentirmi bene, quando potenzia il mio scegliere e il mio agire.
Una convinzione potenziante potrebbe essere quella che mi fa sentire sicuro delle mie capacità e del fatto che riuscirò ad ottenere ciò che voglio realizzare.

Altresì, una convinzione si dice limitante quando segna i confini tra ciò che sento di essere e ciò che potrei essere.
Limitante perché il sol pensarla rende difficile agire e perseguire un proprio obiettivo.
Se sono convinto che con una certa persona, con cui ho spesso a che fare, non sia possibile avere un dialogo o un confronto, quasi certamente questa idea si concretizzerà nel fatto che smetterò di cercare una soluzione per risolvere questo aspetto di questa relazione.
Se sono convinto che i miei problemi siano responsabilità di qualcun altro, i miei genitori, piuttosto che mio marito o mia moglie o il mio capo, aspetterò che siano gli altri a risolvere e io mi metterò in attesa, e chissà per quanto tempo .

Non vorrei essere troppo prolissa, mi fermerei al fatto che gli aggettivi usati per differenziare i tipi di convinzioni sono esaustivi.
In sintesi, le prime ci aiutano ad agire e trovare soluzioni, mettono in moto il nostro atteggiamento propositivo, le seconde ci ingabbiano in situazioni che non ci fanno stare bene, ma soprattutto non riusciamo a vedere e trovare vie per una soluzione.

Adesso, la domanda che lancio è: qual è la convinzione che sentite vostra amica, qual è la convinzione che vi ha potenziati e lanciati in una scelta che vi rende soddisfatti?

Bene, se l'avete trovata, abbracciatela, stringetela a voi perché quella convinzione potrà esservi utile anche in altre situazioni.

Qual è invece la convinzione che vi sta ronzando in testa, quella che a rifletterci un po', vi sta trascinando nel tunnel delle non-soluzioni?


Se l'avete scovata, quello che potete fare è lasciarla andare, abbandonarla, non vi è stata utile fino ad ora e certamente non lo sarà per il futuro.

Lavorare con le convinzioni è possibile, e aggiungerei utile, perché sono il motore per le nostre azioni.
Sono quelle che ci spingono a scegliere una strada piuttosto che un'altra e quindi capirne l'utilità è un passaggio fondamentale per liberarsi da ciò che oggi non ci piace, da una situazione di stallo in cui sentiamo di essere da troppo tempo.

Chiudo questo post con una frase di J. G. Pollard:

“L'opinione è un'idea che possedete voi, mentre la convinzione è un'idea che possiede voi.”



domenica 13 ottobre 2013

"Con un piede impigliato nella storia"

Il titolo di questo post è preso in prestito da un bel libro, scritto molto bene, da Anna Negri.
Specifico questo perché mi piace che si possa, tra queste pagine, trovare anche spunti per le proprie letture.
Detto questo, l'autrice parla della sua storia personale, in realtà è anche molto una parte di storia del nostro paese, che ha finito per essere legata al passato e in special modo a un passato da cui può non essere facile ripartire.

Ciò che vorrei trattare in questo post, è proprio il rischio in cui tutti spesso incappiamo, quello di rimanere legati al proprio passato, dimenticandoci appunto di vivere il nostro presente per poter costruire il futuro.
Succede altrettanto spesso che le persone decidano di affrontare un percorso di cambiamento, certi di dover ripercorrere passo dopo passo il proprio vissuto e, talune volte, anche quello della propria famiglia di origine, dei propri genitori e della storia familiare in generale.
Questo può essere certamente utile, purché lo si faccia per lanciarsi con consapevolezza nel proprio presente.


Il passato è meraviglioso da raccontare, da ripercorre da soli o in compagnia, soprattutto quando si tratta di storie che ci fanno stare bene, ci fanno sorridere o come quando il ricordo è talmente piacevole che ci fa rimpiangere di non essere ancora in quel tempo.
E' utile farlo, quando da ciò che è stato capisco.

Altre volte, il passato è una storia che non ci lascia fare altri passi, che ci impiglia i piedi, lasciandoci incastrati in un tempo che non c'è.
Non è passato, non è presente, non sono lì, ma non sono neanche qui.
Le mie energie, impegnate nel ricordo, mi fanno sfuggire le circostanze che ho di fronte e, con esse, le possibilità del futuro.

Questo vortice di spazi temporali diventa il circolo vizioso della propria esistenza perduta, sì perduta nel ricordo di ciò che è stato, che produce a sua volta un altro effetto spiacevole: la convinzione che non potrà essere diverso da come è.

Ciò che riusciamo a vedere è solo ciò che è già successo, operiamo attraverso comportamenti lasciati già nella memoria, affrontiamo anche le nuove situazioni con il copione di quelle che abbiamo già vissuto.

Risultato ulteriore di questa situazione diventa l'incapacità di sentirsi fautori del proprio destino.

Attorno a tutto ciò, ruotano altre dinamiche possibili, che nascono dal fatto che il passato, e il vivere in esso, può mantenermi in uno stato emotivo perenne che non aiuta l'anima, rallenta la mente e offusca il campo di azione del proprio corpo, che rimane impigliato con un piede nella storia.

Cosa fare?
Affrontare il passato può essere molto utile, al pari di quanto ripercorrerlo all'infinito può essere molto inutile.
Il mio consiglio è:
riconoscere, accettare e condividere il proprio vissuto è una esperienza spesso necessaria,
rimanerci dentro, come un film che continua a girare gli stessi fotogrammi, fa male agli attori e anche a chi guarda.

Questa metafora per ribadire che bisogna fare il passo che dal passato va al futuro, attraversando e vivendo il presente....esser-ci, essere presenti a noi stessi per essere protagonisti di ciò che viviamo, dandoci la possibilità di costruire nuove strade, nuovi percorsi, nuove dinamiche ed essere promotori della nostra storia.

Come abbiamo già detto, in altre pagine, scegliamo sempre, anche quando siamo convinti di non averne la possibilità, questo per dire che bisogna scegliere il presente se vogliamo che il posto in cui andremo a vivere possa essere di nostro gradimento, continuare a rimuginare sul passato, su ciò che è stato, limita profondamente la nostra stessa esistenza e spesso, anche quella di chi è intorno a noi.
Il futuro è il prodotto di ciò che nel qui ed ora del presente sto ideando, pensando e costruendo.

Riprendiamoci la vita, scriviamo le pagine di un nuovo copione.

Concludo questo post con un "In prestito da .."

Charles F. Kettering

Il futuro mi interessa perché è lì che intendo trascorrere il resto della mia vita

                                                                                                         

sabato 12 ottobre 2013

ParolaNuda - Consapevolezza

Il coaching, come abbiamo visto, può facilitare la persona, aiutandola in un percorso di maggiore conoscenza di sè.
Per questo la persona, raggiungendo un maggior livello di consapevolezza del proprio modo di essere e del proprio agire, riesce a scegliere, scoprire e sperimentare altre soluzioni possibili che in passato neanche aveva preso in considerazione.
Acquisire un maggior grado di consapevolezza può voler dire essere nella condizione di comprendere come le azioni siano prodotte dalle proprie idee, emozioni e convinzioni.
Si sente dire spesso che la consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento e questo potrebbe somigliare ad un paradosso, la cosa bella è proprio che solo quando divento consapevole del mio essere al mondo, del mio essere in relazione con gli altri in un determinato modo, riesco a scegliere il cambiamento, ove questo si renda auspicabile o necessario.
Proprio perché il coaching diventa un grande alleato nel processo di consapevolezza, oggi scelgo di inserire, nella sezione ParolaNuda, proprio l'approfondimento di questo termine, questa volta, oltre le semplici definizioni, ritagliate qua e là da vari dizionari, inserirò commenti che possano aiutare un approfondimento maggiore del termine così come in questa sezione lo si vuole intendere.

Consapevolezza

Capacità dell'uomo di riflettere su se stesso e di attribuire un significato ai propri atti.
Consapevolezza del proprio ruolo, delle proprie responsabilità nei campi della propria esperienza.
La consapevolezza è spesso paragonata alla piena coscienza di qualcosa.
Si può essere consapevoli dei propri diritti, delle proprie capacità, dei propri difetti.
Una persona consapevole ha coscienza di sé e delle proprie responsabilità.
La consapevolezza è un processo profondo e interiore, attraverso il quale la persona raggiunge uno stato di armonia e di coerenza. 
La consapevolezza rende originale e unico il proprio rapporto con il mondo esterno. 
Si può essere consapevoli dei propri limiti e per questo decidere di superarli o accettarli. 
Si può essere consapevoli delle proprie capacità e per questo essere in grado di farne un buon uso o di migliorarle. 
Si può essere consapevoli delle proprie responsabilità e per questo riconoscerle e accettarle piuttosto che assumerle. 
Si può essere consapevoli  di tante cose e per questo vivere armoniosamente con noi stessi e con chi naviga, insieme a noi,
in questo mare immenso che sono le relazioni umane.

Diventare consapevoli è un passo fondamentale nella direzione giusta. 
Chi è consapevole non subisce perché ha la possibilità di affrontare e ripartire. 

giovedì 10 ottobre 2013

Cos'è il coaching - 2° parte.

Continuo con piacere a rispondere alla domanda "Cos'è il coaching?" subito dopo aver risposto a domande sul mio lavoro e sulla mia professione.

Oggi voglio aggiungere un nuovo tassello che possa aiutare le persone a capire cos'è il coaching e ancor di più a cosa serve e a chi.
Per farlo, chiederò l'aiuto ad una grande professionista e collega, una persona che stimo e che ho avuto il piacere di conoscere proprio nel mio percorso formativo, in special modo durante il conseguimento della certificazione internazionale "Coaching in NLP" con John Grinder e C. Bostic St. Clair.
Riporto di seguito un filmato nel quale Giovanna Giuffredi, coach di grande valore e professionalità, spiega cos'è il coaching.