Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.

Roberta la Viola

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I contatti per prenotare o chiedere informazioni sono 377.53.63.173 o effettocoaching@gmail.com
La prima sessione è GRATUITA.

lunedì 18 marzo 2013

La paura, uno stato di immobilità.

Il coraggio della provocazione Quando stupire non è maniera



A quanti è capitato di sognare di essere terrorizzati dalla paura, tanto da non riuscire a compiere l'azione necessaria per risolvere la questione?
Nel sonno capita di vederci incastrati e di non riuscire a gridare per chiamare "aiuto", o di non riuscire a comporre un numero di telefono, che altrimenti faremmo anche ad occhi chiusi o ancora di non avere la forza e l'agilità necessarie per correre e scappare via.
Insomma, quando siamo immersi in questo stato d'animo la cosa più naturale è non fare, non agire, immobilità.
Siamo bloccati e non si tratta di una scelta, poiché ciò che sentiamo è proprio di non poterci muovere, di non poter fare diversamente da ciò che stiamo facendo, vale a dire nulla.
Allora quale potrebbe essere la prima cosa necessaria?
Liberarci dal giogo della paura.
Uscire allo scoperto, sentire che possiamo farcela.
Smettere di vivere nella paura significa ricominciare a vivere.
Affrontare il demone per mostrare a noi stessi che siamo capaci di essere e realizzare ciò che pensiamo.

Quando un'azienda ha paura, smette di fare investimenti sul marketing o sulle persone.
Quando la persona ha paura di non riuscire, smette di  progettare e si rifugia nella giustificazione che "tanto sarebbe inutile".
Quando ho paura dell'amore e del fatto che non potrei sopportare di non essere amato, non mi relaziono con nessuno a livello profondo.
Quando ho paura del futuro, perché non so cosa possa aspettarmi, smetto di pensare a ciò che mi piacerebbe fare e scelgo di non scegliere, perché sarebbe troppo doloroso scoprire di aver sbagliato treno.

Banalmente, potrei aver paura di tutto e questo mi porterebbe a fare niente.
Allora affrontare il demone è il primo passo, sapere con chi ho a che fare, conoscere il nemico.
Spesso è proprio questa la lieta notizia: il primo sabotatore della mia vita sono io.

Ma allora cosa c'è di bello e lieto in questa possibilità?
Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.
Affrontarmi potrà essere la cosa più difficile, ma è anche certamente la cosa più semplice, del resto chi mi conosce meglio di me?!

mercoledì 6 marzo 2013

Abitudini e obiettivi.


Il post di oggi è una trascrizione che non ha bisogno di altro intorno, se non questa breve introduzione che suona più come una domanda:
Le abitudini ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi, così come a volte possono essere gli ostacoli che non vediamo nel nostro percorso?

"Una volta domandai a Lord Carandon, un diplomatico inglese, quale fosse la lezione più preziosa appresa durante la sua lunga e brillante carriera al servizio del governo.
La lezione più preziosa - rispose - la imparai proprio all'inizio della carriera, quando fui inviato in Medio Oriente a fare da assistente ad un amministratore locale.
Il mio superiore si recava ogni giorno in un paese diverso, per dirimere controversie e per risolvere altre questioni importanti.
Ogni volta, arrivato in paese, si scatenava un pandemonio, perché veniva assediato da persone che avevano richieste da porgli e che volevano offrirgli il caffè. 
La cosa non terminava fino al tramonto, quando lui ripartiva.
Avrebbe potuto plausibilmente dimenticare i suoi obiettivi, se non fosse stato per una semplice abitudine.
Appena prima di fare il suo ingresso nel paese, al mattino, accostava l’auto sul ciglio della strada e chiedeva:
Quando stasera lasceremo il paese, che cosa vorremo aver realizzato?.
Sia lui che io rispondevamo a questa domanda, quindi entravamo in paese.
Quando ripartivamo, la sera, accostava di nuovo l’automobile sul lato della strada e domandava:
Ora, ci siamo riusciti?
Abbiamo realizzato quello che avevamo stabilito?’”.
Quella semplice abitudine mentale era la lezione più preziosa che Carandon avesse mai imparato.

William Ury - Dal libro “Negoziare in situazioni difficili"

Aggiungo e concludo con un'altra domanda: 
quali sono le abitudini che ci hanno ostacolato o ancora lo fanno?



venerdì 1 marzo 2013

Cambiare la marcia.

"Paradossalmente, di fronte a una sfida la maggior parte delle persone tende di solito a cambiare marcia passando al livello più basso, e non a quello più elevato necessario per affrontarla. Ciò trasforma una sfida in un blocco: di fronte ad essa lo stato di coscienza della persona regredisce a un livello primitivo dove non è possibile apprendere o creare nuove reazioni."

Queste parole di S. Gilligan mettono l'attenzione su un fatto facilmente osservabile quando si ha a che fare con percorsi di cambiamento, o più semplicemente quando si opera nell'ambito delle relazioni d'aiuto.

Spesso ho osservato nei miei clienti questo "scalare" la marcia, decidendo di fare un passo indietro.
Come se l'andare bene facesse paura, come se questo aver ingranato la marcia giusta avesse un retrogusto amarognolo, al punto da dimenticare di aver desiderato di essere lì, di essere ad una svolta e di poter finalmente guardare da vicino qualcosa che fino ad allora si era solo immaginato.
Come se il timore, di arrivare finalmente allo stato desiderato, superasse la gioia di essere giunti fin lì.

Allora mi domando: è la paura di vedere realizzare i nostri cambiamenti, anche quelli tanto agognati, che fa tirare i remi in barca?
Come dire: meglio stare dove sto, sto male certo, ma so anche dove mi trovo; piuttosto che essere in un posto nuovo e sentire di stare meglio.
La paura dell'ignoto, anche di quello che ho sognato e sperato, può farmi regredire come dice Gilligan?

Insomma, la famosa barzelletta dei due matti che arrivano al 99° cancello e tornano indietro...

Con le parole di Gilligan rifletto, penso a ciò che vedo, osservo l'atteggiamento dell'essere di fronte ad una nuova sfida che fa paura, e mi chiedo: ma starci dentro, con una marcia più bassa, dovrebbe terrorizzarmi e non semplicemente impaurirmi.

Quindi, quando decidiamo di interrompere qualcosa, qualcosa che ci sta facendo bene, qualcosa che ci sta cambiando e ci sta facendo scoprire nuovi percorsi che non avremmo neanche immaginato, quando inizio a sentire quella paura perché qualcosa di nuovo mi sta sfidando, allora è il momento di andare e non di ri-tornare, quello è il momento di scegliere la marcia, quella giusta e non quella meno rischiosa.

Questo post è dedicato a tutti quelli che hanno iniziato un amore ed hanno avuto paura di continuare, a quelli che hanno scelto di cambiare, iniziando una terapia o un percorso di coaching, e poi hanno interrotto perché spaventati dal cambiamento di cui stavano iniziando a godere.
E' dedicato a quelli che hanno paura dell'ignoto, ma scelgono di scoprirlo tuffandosi dentro.
E' dedicato a chi "sceglie" perchè sa che la differenza non sta in ciò che ci accade, ma in come reagiamo a ciò che ci accade.

giovedì 28 febbraio 2013

Teneri nidi, gabbie maledette.

Qual è il posto che sentiamo più sicuro?
Qual è il luogo in cui spesso ci andiamo a rifugiare?
Qual è il posto da cui spesso attuiamo la fuga?

Lo dico io?

La famiglia! (o la famigghia!)

Sì, la famiglia, il posto in cui andiamo a rifugiarci quando sentiamo di voler "tornare".
Ma anche il posto da cui spesso sentiamo di voler fuggire...

La famiglia, qualunque essa sia, qualunque siano le dinamiche che la caratterizzino, rimane quel nido meraviglioso in cui andiamo a cercare riparo, la sua ambivalenza però la rende anche la gabbia da cui cerchiamo di fuggire perché ci sentiamo stretti.

Viviamo quel senso di "differenza", sentiamo la vicinanza e la lontananza, l'amore e il peso dei ruoli, il senso di appartenenza e la voglia di fuggire.

Insomma, chiunque, prima o poi ha desiderato la fuga, chiunque ha sognato il ritorno.

La famiglia forse rappresenta il nostro andirivieni interiore, il nostro modo di aprirci e chiuderci a noi stessi e agli altri.
Ognuno trova i suoi modi di "stare" in questo nucleo zeppo di contraddizioni, nessuno giudicabile, solo spesso migliorabile.
Avete mai provato ad osservare che tipo di comunicazione intercorre tra voi e i vostri familiari?
Provate ad immaginare di essere seduti al divano mentre guardate un film che racconta le vicende della famiglia, la vostra.
Che ve ne pare?
Come comunicano gli attori della scena tra di loro? Vi piace? O cambiereste qualcosa?

Pensate ora a cosa vi piacerebbe vedere cambiare, e pensate a come potreste farlo ...


"Se vuoi cambiare il mondo devi iniziare dal tuo paese.
Se vuoi cambiare il tuo paese devi iniziare dal tuo villaggio.
Se vuoi cambiare il tuo villaggio devi iniziare dalla tua casa.
Se vuoi cambiare la tua casa devi iniziare da te stesso."

C'è forse altro che possiamo aggiungere?!


venerdì 22 febbraio 2013

Due

Il post di oggi è un invito all'armonia, un'ode ad essa.

Il post di oggi è la consapevolezza che "siamo in due", anche se qualcuno può pensare di essere in tre o in quattro o in cinque o ....

Insomma quello che scrivo oggi, anzi quello che decido di non scrivere, ma di trascrivere, è un inno all'armonia ricercata, all'equilibrio spesso l'abile dei "due" che albergano in ognuno di noi.

Afferma S. Gilligan: "..due sè che ciascuno di noi eredita in quanto essere umano ... E' una relazione di dominio e sottomissione, o si tratta piuttosto di una coesistenza armonica al nostro interno? Quando le due menti coesistono in armonia il vostro viaggio dell'eroe può veramente aprirsi nel mondo."

Gilligan decide di continuare il suo intervento citando una poesia di Derek Walcott, ed è quanto decido anche io oggi in questo piccolo spazio virtuale:

Amore dopo amore

Il giorno verrà
In cui gioioso
Accoglierai te stesso,
alla tua porta, nel tuo specchio
E ciascuno sorriderà all'altro accogliendolo,

e dirà: Siediti. Mangia.
Amerai di nuovo lo sconosciuto che eri tu stesso.
Dai vino. Dai pane. Restituisci il tuo cuore
A se stesso, allo sconosciuto che ti ha amato

Per tutta la tua vita, che hai ignorato
Per un altro, che ti conosce a memoria.
Tira giù dalla libreria le lettere,

le foto, i biglietti disperati,
strappa via la tua immagine come una pelle dallo specchio.
Siediti. Fai della tua vita banchetto.


Meraviglia della poesia, descrivere con poche parole lo stato in cui spesso vivamo, l'altalena dei nostri due sè.
Le nostre due menti che "battagliano" spesso tra di loro.
polarità.jpg
Quanto spesso diciamo: sento che una parte di me farebbe così, ma l'altra mi dice che è sbagliato."

Questo battagliare, nelle parole di Walcott, come in quelle di Gilligan, diventa un invito alla "pace" interiore, l'unione dei due sè, l'armonia che diventa necessaria per compiere il mio viaggio, quello della mia vita.
Smettere di battagliare nel mio interno significa capire quale strada, all'esterno, voglio intraprendere, significa vedere e accettare che quella è la mia strada.

Buon viaggio.

mercoledì 6 febbraio 2013

Trascinarsi.

Oggi mi chiedo, quanto spesso ci trasciniamo?

Ci trasciniamo in relazioni che ci logorano nel profondo, svuotandoci di tutte le buone abitudini e innescandone di nuove e meno edificanti.
Ci trasciniamo in rapporti lavorativi che ci svuotano di tutte le passioni che un tempo nutrivamo nel nostro futuro, anche solo ad immaginarlo.
Ci trasciniamo nella non cura di noi stessi, ripetendo abitudini che ci lasciano scontenti del nostro essere, quando ci ricordiamo di guardarci.

Insomma, qualunque sia l'area in cui volenti o nolenti ci stiamo trascinando, c'è sempre qualcosa che perdiamo, la parte migliore del nostro essere.
Qualcosa che riguarda noi stessi, in maniera profonda.
Così se riusciamo a smettere di trascinarci, se con un colpo decidiamo di riprendere in mano le sorti della nostra vita, decidiamo di godercela tutta.
Come se gli ultimi anni fossero stati vissuti in una prigionia, che noi stessi abbiamo scelto, trascinandoci.

Perché lo facciamo?
Tante risposte, tante dinamiche che possono trovare risposte in radici lontane nel tempo e nello spazio.
Ciò che conta è capire che è il tempo di smettere di trascinarci, non è facendolo che torneremo a vivere.
La paura dell'incerto?
Non dovrebbe farmi più paura ciò che mi sta logorando?

lunedì 4 febbraio 2013

Etichette





Quante ne mettiamo?
Quante ce ne sentiamo addosso?
Un'infinità? O forse poche?
Cosa intendo con il termine etichette?
Troppe domande? Ops, eccone un'altra, quindi iniziamo a rispondere...

Mi riferisco al modo che abbiamo di catalogare il mondo intorno a noi.
Tutti mettiamo etichette qua e là.
Lo facciamo perché è scritto nel nostro dna, nel nostro modo di operare nel mondo, abbiamo bisogno di riconoscere ciò che vive intorno a noi, il pensiero scientifico, in generale, ne è una dimostrazione.
Ma quanto queste etichette possono diventare delle gabbie, dei rifugi o anche semplicemente delle convinzioni che non mi piacciono?

Sono dei rifugi, quando "Beh, lo sapete che sono così...., quindi non ci fate caso!".
Allora diventano dei posti in cui ci andiamo a nascondere quando non vogliamo migliorare qualche aspetto, anche se a guardarlo bene ci crea qualche problemino.

Oppure sono delle gabbie, quando me le sento addosso e in realtà non me le sento:
"Mi dicono tutti che sono ...., quindi agisco in questo modo".
Il sottotitolo, quello che non si vede, è "sono convinta di avere questa caratteristica perché  sono anni che mi ripetono che ce l'ho", se andassi fino in fondo, mi potrei rendere conto che io non c'entro nulla con tutto quello che mi hanno affibbiato per anni, ma in qualche modo ormai fa parte di me, e quindi  me la tengo.
Pensate a qual è la cosa che vi hanno detto più spesso da bambini, non so, magari vi è stato detto molte volte che eravate allegri o anche musoni o intelligenti.
La frase che più spesso si sente dire ad un bambino, o parlando di lui, è:
 "Mio figlio è monello!"
o:
 "Sei monello!".
Insomma pensate bene a ciò che più spesso vi siete sentiti dire da una certa età in poi.
Qual è la caratteristica che più spesso vi è stata attribuita?
Ora che l'avete trovata, pensate, è proprio vostra?
Quanto vicina a voi è questa caratteristica, quanto sentite che possa descrivervi veramente?

Insomma le etichette di cui parlo sono quelle che ci aiutano ad orientarci, sì, nel mondo intorno a noi, ma sono anche quelle che, messe alla rinfusa possono creare un pò di confusione.

Immaginiamo di entrare in uno studio ben organizzato, in cui tutte le librerie e gli scaffali presenti abbiano anche i loro contenitori, i quali hanno, al posto giusto, le etichette su cui sono riportate le indicazioni relative al contenuto.
Se dovessimo cercare qualcosa in questo studio, non ci metteremmo poi tanto tempo, diciamo che, se anche fossimo là per la prima volta, avremmo buone possibilità di trovare ciò che cerchiamo, o anche solo di capire come le cose siano sistemate.

Ma proviamo ad immaginare di entrare in uno studio dove, seppur con tutti gli elementi precedenti, le etichette ci indichino cose che non ci sono, il contenuto riportato non corrisponda a ciò che di fatto vi è dentro ciascun contenitore.
Beh, certamente sarà meno probabile riuscire a trovare ciò che cerchiamo e sicuramente potremmo andare in confusione.

Dove voglio arrivare?
Organizzare, etichettare a volte è molto, molto utile, ma se fatto a malo modo, quanto può essere dannoso?
E se questo è riferito ad altro, che non siano contenitori presenti in uno studio, se le etichette le abbiamo messe addosso a qualcuno? O qualcuno le ha messe addosso a noi?

Qui potrebbe nascere un'infinità di riflessioni, in ogni direzione.

Quali saranno le vostre è un gioco divertente che potrete fare anche da soli.

Il consiglio è: utilizzate le etichette, perchè vi aiuteranno ad orientarvi come sempre fatto, ma badate bene che usarne impropriamente o a casaccio può essere un gioco controproducente.

Il rischio più grosso potrebbe essere quello di non conoscere peculiarità nascoste, come quelle che le etichette messe addosso a voi, da altri, hanno nascosto, spesso anche ai vostri occhi.

Oppure, è come se nelle scatole del secondo studio vi fossero tesori che non aprirete mai, del resto le etichette vi dicono che non ci sono!





lunedì 21 gennaio 2013

Corsi e ricorsi storici

Chi ha studiato un pò di filosofia ricorderà, anche solo vagamente, i cosiddetti corsi e ricorsi storici di Vico, non intendo parlare di grandi sistemi e neanche di una materia infinita come la filosofia o la storia del mondo.

Stiamo parlando di noi, del ripetersi, nelle nostre vite, e del fatto che Giambattista Vico potrebbe aver avuto ragione parlando della storia dell'umanità, ma non credo di volergliene dare se penso alla vita che ognuno di noi sceglie di vivere ogni giorno.
Sto parlando di ciò che scegliamo e non sempre gradiamo, poiché troppo spesso pensiamo di non aver deciso ciò che stiamo vivendo.
Eppure in qualche modo siamo noi i fautori del nostro trascorrere, anche quando lasciamo che sia qualcun altro a scegliere per noi.

C'è chi ama nascondersi al momento giusto, e vedere solo il buio della caverna, o chi ama affrontare a testa alta, spesso troppo alta da non vedere dove mettere i piedi.

Non sto blaterando, sto mettendo insieme le riflessioni di un week end, trascorso ad osservare quanto siamo spesso inconsapevoli del nostro vivere come frutto delle nostre azioni, mentre troppo siamo convinti che ci sia invece piovuto dal cielo.

I corsi e ricorsi storici delle nostre vite allora sono le nostre abitudini, quelle che creano i risultati che neanche avremmo voluto.

Giorni fa qualcuno mi ha chiesto: e tu riesci a lavorare con le abitudini dei tuoi clienti, facendo in modo che le abbandonino?

Più una provocazione che un vera domanda...io l'ho accettata e accolta, perché è dal dubbio che nasce il cambiamento, e il mio interlocutore stava dubitando.

Quando inizio a dubitare dell'efficacia di una mia azione, a dubitare di una parola già detta e ridetta, allora si sta aprendo dentro di me la possibilità di modificare il corso della storia, la mia.
Sto dubitando, e se continuerò a farlo, riuscirò a sperimentare e mettere in gioco nuove azioni, nuove risposte e nuovi comportamenti, quindi anche nuovi risultati.

Abbiamo già affrontato la questione "cambiamento" in questo blog, rifarlo con parole nuove e riflessioni che nascono da altre esperienze non potrà fare altro che confermare ciò che stiamo dicendo.

Cambiare punto di vista può portarci fuori dalla ripetizione che non sempre ci rende soddisfatti.

Le domande che possiamo farci allora sono:
Qual è stata l'ultima volta che mi sono sentito bene, con me stesso e con il mondo intorno a me?

E cosa facevo in quel periodo?

Bene, se voglio ritornare a vivere quelle belle sensazioni, sarà il caso di riprendere quelle attività.
Attenzione però la nostalgia a volte tira brutti scherzi!
Quindi non vi sto proponendo di essere invasi da essa.
Piuttosto di analizzare quali sono le dinamiche che riproponete, quelle positive, quelle che vi fanno stare bene, per ricominciare a mettere in campo quelle stesse azioni e ritrovare il benessere.
Parimenti, se il ripetersi che vi viene in mente è spiacevole, allora dopo aver pensato alle vostre azioni, fate un bel piano di azione che vi porti ad abbandonarle.

E, per rispondere ancora al mio interlocutore, non è certamente facile ma sicuramente è possibile, lavorare sulle abitudini, basta volerlo.

P.S. Questo post è uno spunto per lavorare sui limiti che imponiamo a noi stessi col ripetere certe abitudini, mettere l'attenzione su questi aspetti è un passo importante per intraprendere un percorso di cambiamento, si tratta di un allenamento e, in quanto tale, se guidati da un coach esperto, sarà più agevole seguire il proprio sentiero.

martedì 15 gennaio 2013

Rispetto...

Rispetto, quante volte pensiamo di non riceverne?

Quanto spesso lasciamo la conversazione con qualcuno e sentiamo di non essere stati rispettati, ma cosa è il rispetto?

Credo che spesso confondiamo il significato di questo termine con un altro, accordo.
Sentiamo di non essere in accordo con qualcuno o meglio, spesso sentiamo che il nostro interlocutore non sia in sintonia con il nostro modo di pensare e allora percepiamo quella divergenza di opinione come una mancanza di rispetto.
In passato, anticamente, nella famiglia il genitore sentiva la mancanza di rispetto del proprio figlio quando questi non seguiva le tracce del padre, o quando sceglieva secondo principi non stabiliti dalla famiglia di origine.

Oggi, quell'atteggiamento mentale tipico di quel modello di famiglia, si esprime spesso negli atteggiamenti mentali e verbali che esprimiamo nelle nostre comunicazioni con gli altri.
Credo che spesso sentiamo che qualcuno sia stato irrispettoso nei nostri confronti, mentre in realtà ciò che abbiamo vissuto sia semplicemente una divergenza di opinione.

In pnl si fa spesso riferimento ad un concetto: "la mappa non è il territorio"
E' un concetto meraviglioso che apre a spunti di riflessione molteplici, questo però ci potrebbe portare ad un post troppo lungo.

E come possiamo allora sintetizzare questo concetto, che la pnl ha preso in prestito A. Korzybski?

"Qualche volta le nostre percezioni e la nostra lingua ci allontanano dai fatti con i quali abbiamo a che fare; la nostra comprensione di ciò che sta accadendo perde aderenza strutturale con ciò che sta realmente accadendo."

Quindi, siamo sempre certi che ciò che abbiamo vissuto sia proprio ciò che ricordiamo o ciò che "sentiamo" di aver vissuto?

Proviamo ancora, questa volta con un'immagine:

Cosa avrà voluto dire Magritte, quando dipinse questo quadro?
Magari niente, magari altro da ciò che diremo qui; io ho sempre interpretato questa immagine come un'altra possibile rappresentazione di ciò che Korzybski intendeva quando affermò che la mappa non è il territorio.

In altre parole, questa non è una pipa poiché si tratta di una rappresentazione di essa, ed in quanto tale questa pipa non può essere riempita di tabacco, non può essere accesa e, di conseguenza, non può essere fumata....

Trovo che questa immagine sia emblematica e sia da sola capace di spiegare la soggettività dell'esperienza, al pari de la mappa non è il territorio. 

Rispetto, o forse accordo?

lunedì 14 gennaio 2013

Respirare.

Vi siete mai chiesti in che modo respiriate?

Spesso chiedo ai miei clienti di respirare e la maggior parte delle volte vedo le loro facce guardarmi dubbiose.
Domanda stupida o forse banale la mia, certamente, usciamo dal ventre delle nostre madri e in pochi istanti i nostri polmoni si aprono e iniziano a svolgere la loro funzione, senza fermarsi per molto tempo, e meno male che sia così.

Quindi pensandola e osservandola da questo punto di vista, certamente la mia domanda può risultare banale.

Ma provate a fermarvi un attimo, smettete di fare ciò che state facendo, chiudete gli occhi e concentratevi sul vostro respiro.....
adesso, che lo sentite, come vi sembra?
E soprattutto potreste avere la sensazione che stiate facendo una cosa che non vi impegnava da tempo...come mai?

I motivi sono e possono essere tanti, e non vorrei dilungarmi in ipotesi e teorie, ciò che conta è ritornare a respirare.
Spesso il nostro modo di vivere, il nostro reagire alle situazioni che ci si presentano, ci lasciano in uno stato di apnea o ci inducono ad un respiro affannato, come se la nostra vita fosse una continua corsa.
Il nostro modo di respirare in questo senso rispecchia anche il nostro modo di essere presenti, la nostra modalità di reazione alle situazioni che viviamo.

Un'attività così scontata e naturale può diventare una scoperta necessaria per ritrovare il benessere e l'equilibrio.

Allora fermarsi, concentrarsi e respirare è l'esercizio più banale che si possa consigliare a qualcuno.
Dunque perché non iniziare a farlo, giacché si tratta di una cosa così naturale?
Una provocazione la mia, certo.

Ciò che posso dire a riguardo, lasciando da parte le mie provocazioni, è che spesso mi trovo a registrare una stessa risposta nei miei clienti.
Dopo aver chiesto loro di provare a ripetere questo esercizio ogni giorno in un determinato momento della giornata, e dopo aver chiesto di raccontarmi come sia andata, spesso la risposta che ho è: Mi sono talmente rilassato che poi ho dormito. O ancora: Non so come sia andata, perché credo di essermi addormentato presto.

Lasciando per un momento il fatto che ci si possa addormentare, non trovate che sia incredibile riuscire a rilassarsi facendo una cosa che facciamo continuamente?

Respirare, potremmo dunque brevettare un medicinale, pronto all'uso, che induca la respirazione, in questo modo le persone smetterebbero di acquistare altri medicinali che aiutino il sonno o il rilassamento.

Un'altra provocazione la mia, sì, ma pensate a come respirate, pensate a se capita anche a voi di andare in apnea o di essere affannati o ancora di non riuscire a respirare.

E dunque, iniziate a dedicare uno spazietto all'interno della vostra giornata in cui allenare il respiro per riscoprire ciò che già sapete fare...respirare.

Concluderò questo post con un altro pensiero banale:
respirare vi tiene in vita e smettere di farlo vi porterebbe alla morte, dunque potremmo dire che la qualità del vostro respiro incide sulla qualità della vostra vita, dunque se intendete vivere cercate di farlo nel miglior modo possibile, iniziate a respirare!