Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.

Roberta la Viola

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I contatti per prenotare o chiedere informazioni sono 377.53.63.173 o effettocoaching@gmail.com
La prima sessione è GRATUITA.

lunedì 12 agosto 2013

Paura di scegliere.



La paura, un argomento già trattato nelle pagine di Effetto Coaching.
Ci ritorno perché sempre più spesso incontro persone che vivono una situazione di "paralisi" proprio perché ciò che stanno provando è paura.

Ma chi non conosce questo stato emotivo?
Anche il più coraggioso prima o poi si è trovato a sperimentare questa strana emozione che non ci permette di scegliere e sentirci liberi di agire.
Cosa succede allora se ciò che facciamo è rimanere invischiati in questo stato emotivo?
Purtroppo quasi niente, purtroppo, come si diceva, il rischio maggiore è proprio la paralisi.
C'è chi ha paura delle proprie scelte, chi sente la scissione, i due inquilini interiori che tirano da un lato e dall'altro come se fosse un tiro alla fune.
Quanto spesso sentiamo di essere proprio la fune che viene tirata a destra e a sinistra, senza cedere  né troppo da un lato né troppo dall'altro?
E chi sono quei due che ci lasciano in balia delle loro spinte?
Così siamo quasi in equilibrio, solo che è un equilibrio spiacevole, un equilibrio che non ci fa stare tranquilli perché in realtà non decidiamo nulla, se non il rimanere tra le spinte di questi due.

Insomma, alla fine chi vincerà questa partita di tiro alla fune? Certamente io, visto che sono sempre io che tiro, una volta a destra e una volta a sinistra.

Ma allora come faccio a sapere ciò che voglio veramente?

Ci sono tanti modi per scoprirlo, ma ciò che conta sapere è proprio che quei due, che sembrano i famosi "angioletto" e "diavoletto" raccontati dagli adulti ai bambini, sono entrambi parte di me.
Devo solo riuscire a metterli d'accordo, farli incontrare a metà strada per chiacchierare pacificamente, permettere che si confrontino per poi mettersi d'accordo.
Del resto, entrambi vogliono il proprio bene e visto che si tratta sempre di me, alla fine ciò che sceglierò sarà comunque il mio bene.

Allora la frase "se tornassi indietro, oggi farei ..." non ha molto senso, anzi è un contro-senso, come faccio a tornare indietro e pensare contemporaneamente di decidere una cosa del passato oggi?
Chissà quante cose sono cambiate da quando ho preso quella decisione, chissà quanto io sono cambiata da quando ho scelto di agire in quel determinato modo.
Rimane solo un fatto, scegliere consapevolmente e il futuro sarà certamente ricco di nuovi spunti e anche di ripensamenti, ma tanto scegliere nel futuro qualcosa del passato, oltre che impossibile, è inutile!

Metti d'accordo i tuoi inquilini, lascia che si confrontino, sceglieranno in accordo il bene di entrambi, quindi  il tuo.

Questo post è dedicato a tutti quelli che rimangono immobili nella paura di scegliere, a tutti quelli che hanno deciso di chiudere un capitolo importante della loro vita, ma ciò che li spaventa maggiormente è il nuovo che avanza.
E' dedicato a chi sente la responsabilità della scelta, consapevole che questa coinvolgerà anche la vita di qualcun'altro, e proprio questa consapevolezza trascina la mente e il cuore in un mare di dubbi.
E' dedicato a tutti quelli che hanno deciso di liberarsi, scegliendo.
Infine è dedicato a R., G. e B.


mercoledì 7 agosto 2013

ParolaNuda



E' da tempo che penso di inserire, accanto alla sezione "In prestito da ...", una parte dedicata all'approfondimento di termini che spesso utilizziamo e, proprio la frequenza con cui lo facciamo, in qualche modo, ci lascia sfuggire il significato originario del termine stesso.
Vorrei quindi inaugurare questo nuovo spazio virtuale, nel quale semplicemente riporterò le definizioni di termini meritevoli, secondo me, di riflessione e approfondimento, o anche solo di una semplice rilettura.
Definizioni a volte prese da più fonti e ritagliate qua e là, diciamo una sorta di selezione personale che possa aiutare a "spogliare" la parola e renderla "nuda" nel suo splendore, per arrivare in fondo al suo significato originario.
 In un'epoca in cui lo spogliarello dei corpi è diventato banalità, decido di spogliare le parole per il desiderio e l'esigenza di riflessioni più profonde e parole meno abusate.
Decido di spogliare le parole perché credo che la loro conoscenza profonda possa aiutare la comunicazione interpersonale, spesso le discussioni tra le persone nascono da malintesi e troppo spesso questi malintesi riguardano anche le parole utilizzate che compongono i messaggi inviati all'altro.

Arrivo al dunque ed inauguro, dando il nome a questo nuovo spazio:  "ParolaNuda".

Aggiungo infine che, così come per lo spazio virtuale "In prestito da ...", mi piacerebbe ricevere il contributo di chi legge, affinché le riflessioni possano nascere da più menti e non solo dalla  mia, pertanto inauguro questo spazio con la speranza che possiate inviare anche voi le vostre "ParoleNude".

Ed ecco a voi la prima "ParolaNuda", il primo spogliarello:

Empatia
Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro. Con questo termine si suole rendere in italiano quello tedesco di Einfühlung.
Empatia significa sentire dentro, ed è una capacità che fa parte dell’esperienza umana ed animale.
Si tratta di un forte legame interpersonale e di un potente mezzo di cambiamento.
Il concetto può prestarsi al facile riduttivismo mettersi nei panni dell’altro, mentre invece significa andare non solo verso l’altro, ma anche portare questi nel proprio mondo.

venerdì 2 agosto 2013

La chiamano responsabilità.

E chi ce l'ha?
Qualcuno ne ha troppa, sfociando nel senso di colpa, qualcuno ne ha troppo poca, sfociando nella negazione a tutti i costi.

Conosco persone che si caricano di troppa responsabilità, che si sentono la causa di tutto e arrivano con questo anche a sviluppare quel tanto caro senso di colpa.
Conosco persone che invece non riescono e non sono mai riuscite a dire la difficile frase "mi dispiace".

C'è chi dice che dietro questa de-responsabilizzazione ci sia un retaggio culturale, che da bambini ci inculcano anche solo con un gioco.
Cado dal letto e l'adulto mi dice "Cattivo letto! Che ha fatto cadere questo angioletto."
In questo modo e in tanti altri modi insegno al bambino a non chiedersi cosa di diverso poteva fare lui per non cadere. Sì, è un gioco, ma se è ripetuto tante e tante volte, almeno quante sono le cadute in cui incappa un bambino, non è difficile immaginarne la portata degli effetti e delle conseguenze.

Conosco persone che di fronte ad un chiarimento con un'altra persona, si perdono nelle giustificazioni del loro comportamento, evitando fino in fondo il confronto con la situazione.

E' vero, ognuno di noi vive a proprio modo la realtà, ed è vero che ognuno di noi cerca di stare nel miglior modo possibile nella propria realtà, a volte anche a discapito dell'ammissione delle proprie responsabilità sulle conseguenze e, a volte, anche rinunciando a quell'onestà che permetterebbe di vivere davvero serenamente anche i propri "errori".

Anche qui, a riguardo degli errori, da bambini ci insegnano che sbagliare è una cosa grave, che è una cosa che porta a volte ad una punizione, penso al bambino che cade e che  in certi casi prende la sberla dal genitore, quindi la domanda è: che cosa insegniamo ai nostri figli quando, fino ad una certa età lasciamo che sia addirittura colpa dell'oggetto, il letto, ad averli portati alla caduta e poi da una certa età in poi se cadono si beccano uno scappellotto?

Chi si confronta con i propri errori, riuscendo a tenersi in "equilibrio" con la propria realtà?

Perché proprio come gli adulti, fino ad una certa fase della nostra vita, ci hanno fatto vedere, la realtà può essere modificata a tal punto che un  letto può farci uno sgambetto.
E altrettanto abbiamo imparato che far vedere a qualcuno che abbiamo sbagliato può essere grave, tanto da poter arrivare alla violenza fisica.
Sarà forse anche per questo, che impariamo prima a modificare la realtà, poi a nasconderla e quasi mai ad accettarla, non ammettendo che con il nostro comportamento inviamo all'altro un messaggio, che certamente delle reazioni provocherà.

Allora l'errore diventa risorsa solo quando riesco ad accettarlo e prima ancora a vederlo, a prenderlo, a farmene carico, senza per questo cadere nel senso di colpa, e rielaborarlo per trarne da quell'esperienza qualcosa di nuovo e possibilmente di migliore.

Ho imparato, dal confronto con gli altri, che la colpa può diventare responsabilità, che mai va intesa come il cilicio sulla schiena.
La responsabilità equivale con la causatività, e questa corrisponde al poter tenere il telecomando in mano, non quello che mi fa accendere l'elettrodomestico in casa, ma quello che mi fa accedere alle mille risorse che lascio spesso inespresse, che fanno parte di me e della mia vita, ma soprattutto fanno parte del mio stare al mondo.
Il telecomando che mi fa decidere chi voglio essere, il telecomando che mi fa relazionare con gli altri, sapendo che ho una responsabilità, mentre mi muovo nella sfera immensa delle relazioni.
Il telecomando che non mi fa aspettare che siano gli altri a decidere per me.
Il telecomando che mi fa capire che io sono presente a me stesso e agli altri con la responsabilità delle mie azioni e del mio dire.
Il telecomando che mi ricorda che io sono protagonista di ciò che vivo al pari degli altri.
Spesso lasciamo il telecomando, o meglio, spesso siamo convinti di non aver partecipato alla scena che si è appena girata, e proprio per questo ciò che facciamo è lasciare il telecomando nelle mani dell'altro.
Quando procediamo in questo modo, ci convinciamo che noi non abbiamo causato niente, che ciò che abbiamo vissuto è solo frutto delle azioni o delle decisioni altrui e che il nostro è stato solo reagire.

Come diceva quell'attore, "M'hai provocato? E mo' te magno!"
Dunque, la domanda è: vogliamo essere liberi di dire, fare e pensare?
Certo che lo siamo, altrettanto certo che ognuno di noi alla nascita venga dotato del suo telecomando.
Solo che poi le scelte che facciamo implicano tante possibili risposte, tante quante sono le differenze tra le persone con cui entriamo in relazione, e tra quelle risposte sono incluse anche quelle che non ci piacciono.

Questo post è dedicato a chi si perde per poi ritrovarsi, a chi ha voglia di migliorare per se stesso e non per gli altri, a chi è capace di confrontarsi con i propri errori e affrontarli, a chi sa che c'è sempre almeno una scelta, anche se decidiamo di non scegliere.
A chi  è consapevole, nel bene e nel male.
A chi ha smesso di pensare che Jessica Rabbit sia così solo perché qualcuno l'abbia disegnata in quel modo.
Infine è dedicato a M. che aspettava un nuovo post da maggio.






martedì 28 maggio 2013

"Sul danno e l'utilità della storia per la vita"

Il post di oggi prende in prestito un titolo da uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi, Nietzsche.
Come dicevo però è solo un titolo preso in prestito, perché ciò che vorrei trattare oggi non è esattamente ciò che trattò Nietzsche, piuttosto è un argomento affrontato già in passato su questo blog da altri punti di vista.
Il post di oggi è anche un dono per quelli che amano le letture brevi brevi ...
La storia, quella di tutti i giorni, ma anche quella che troviamo scritta sui libri, dovrebbe aiutarci a comprendere.
Chi non ha mai sentito dire "sbagliando si impara!"?
Quante volte abbiamo sentito qualcuno pronto a ricordarci che dai nostri errori possiamo imparare qualcosa?
Eppure sembreremmo spesso pronti a ripetere gli stessi pensieri, le stesse azioni e quindi anche gli stessi risultati.

Eh già, troppo spesso ci concentriamo sul risultato, sull'errore, su ciò che abbiamo concluso alla fine di un percorso che è partito da un pensiero ed è passato per un'azione.

Allora il punto cruciale è proprio questo, quando mi concentro sul risultato, quando ciò che riesco a fare è guardare ciò che ho prodotto, senza soddisfazione, per realizzare qualcosa di diverso dovrò partire dall'inizio, ossia dal pensiero che mi ha condotto a quel risultato.

Invece, per tanti motivi la cosa che ci viene più facile è concentrarci sul risultato....cambiare prospettiva ancora una volta vuol dire partire da altrove, cambiare qualcosa.

Allora, concentratevi qualche minuto, pensate al risultato che a malincuore state producendo all'infinito, qual è la cosa che più spesso vi trovate ad affrontare come frutto delle vostre azioni e che proprio non vorreste rivedere mai più?

Certo, c'è un punto zero: sentire che quel risultato che avete di fronte è prodotto da voi, e non da
qualcun' altro o da situazioni esterne, quindi fate questo passo e cercate ...trovato?

Bene, il passo necessario è vedere il risultato ottenuto, sapere che non è ciò che avreste voluto ottenere, ed ora visualizzate l'azione che vi ha condotto a  tale risultato e, ancora, cosa c'è dietro questa azione?
Qual è il pensiero che vi induce ad agire in tal senso?

Bene, ora che lo avete trovato, cestinatelo, non vi serve e ne avete anche la prova!

Non vi è servito fin'ora e, se dovesse servirvi, saprete dove cercarlo: nel cestino delle cose inutili.



Ora riconcentratevi e pensate: quale pensiero, convinzione, credenza possa aiutarvi ad agire in un altro modo, al fine di ottenere il risultato desiderato?

C'è una cosa che potrà aiutarvi in questo passaggio, se nella vostra testa non riuscite a trovare un pensiero differente, cercate nei pensieri di qualcun' altro, cercate nelle idee di chi è riuscito ad ottenere ciò che ha desiderato.


Una volta trovato il pensiero che potrà aiutarvi in questo nuovo percorso, non dovrete far altro che iniziare ad agire spinti da questa idea, ciò che verrà dalle vostre azioni ha ottime possibilità di essere ciò che avete desiderato.




lunedì 27 maggio 2013

Emozioni

Ancora una volta, mi è capitato di portare in aula questo argomento, ed ancora una volta un dato si è esplicitato: la maggior parte di noi sperimenta la necessità di nascondere le proprie emozioni, emozioni che volontariamente celiamo perché ...  le risposte sono tante, c'è chi dice che sarebbe disdicevole, o chi ha accettato la cultura de "i bambini si baciano mentre dormono".



Insomma sperimentiamo spesso questa necessità del nascondere agli altri ciò che proviamo, come dire è sconveniente farsi vedere in lacrime, è sconveniente dire ciò che si è provato, è sconveniente aprirsi e raccontare all'altro ciò che ho sentito in una determinata situazione.



Qualunque sia il motivo per il quale decidiamo spesso di non accogliere e vivere apertamente le nostre emozioni, certamente è necessaria una rieducazione che ci aiuti a vivere meglio gli stati emozionali che in ogni istante di ogni singola giornata pervadono il nostro corpo e il nostro animo.

Del  resto, anche chi decide di sminuire i propri stati emozionali, di non accettarli, in realtà rifiuta ciò che non può non vivere e sentire, le emozioni sono la conseguenza imprescindibile di ciò che dall'esterno e da ogni parte arriva ai nostri recettori.
Possiamo controllarne l'insorgenza? Decisamente no.
Possiamo gestirne però la durata, l'intensità, questo sì.

Erroneamente, si è spesso convinti che imparare a gestire le emozioni sia corrispondente ad una snaturalizzazione del nostro sentire, mentre imparare a gestire significa sentire e godere delle proprie emozioni, senza soccombere ad esse, proprio quando si tratta di emozioni negative che ci indurrebbero a comportamenti indesiderati.
Insomma, chi rifiuta le proprie emozioni, credendo che siano inutili, in qualche modo sta affermando che esse non siano invece la spinta per i nostri comportamenti.
Ciò che facciamo è in larga misura la conseguenza di ciò che abbiamo provato un instante prima di agire.

Accettare, riconoscere, accogliere e poi gestire i propri stati emozionali, significherebbe vivere serenamente la relazione con noi stessi, imparare a conoscerci meglio.
Fare questo porterebbe anche ad un'altra piacevole possibilità: migliorare le nostre relazioni all'esterno, migliorare i rapporti con le persone che frequentiamo ogni giorno.
Le emozioni, un argomento infinito dalle infinite riflessioni, e come sempre preferirei non dilungarmi oltre.
Chiuderei questo post con una frase meravigliosa, già inserita nella sezione "In prestito da ..." e questa volta il prestatore silente è Aristotele con:

La felicità è un segno di potenza.




sabato 11 maggio 2013

"Noi cerchiamo la bellezza ovunque."



Cosa facciamo quando sentiamo che qualcuno ci sta facendo del male?
Come reagiamo quando ciò che stiamo vivendo è una violenza, o almeno è ciò che percepiamo nel comportamento di una persona, con cui purtroppo dobbiamo avere a che fare?

Penso a quelle situazioni in cui spesso siamo costretti a rimanere, un condominio, o un contesto lavorativo.
Ci sono delle situazioni in cui volenti o nolenti siamo costretti a vivere.
Ci sono delle situazioni in cui non possiamo scegliere chi frequentare, o meglio chi incontrare ogni giorno.
E' appunto il caso di un condominio in cui gli inquilini che occupano gli altri appartamenti non gli abbiamo potuti scegliere, vivono lì anche loro e non possiamo fare molto se non ci piacciono.
Ma se una situazione dovesse degenerare, se ciò che dovessi arrivare a sentire è proprio quella sensazione di violenza?
Intendo per violenza quella verbale, o quella dell'invasione della privacy, quella di un rumore molto fastidioso che tutti i giorni sono costretto a sentire.

Insomma, la domanda che mi faccio oggi è: cosa fare quando sento che qualcuno sta danneggiando la mia serenità, nella quotidianità che vivo in un determinato contesto?

E' frequente la situazione del condominio che diventa un postaccio in cui le persone arrivano a conflitti beceri, a situazioni anche spesso drammatiche, o anche i contesti lavorativi in cui si diventa incoscienti e aggressivi, proponendo strategie di mobbing, o ancora, i cosiddetti casi di bullismo riscontrabili nelle scuole.

Sembrerebbe che l'uomo, messo a stretto contatto coi suoi simili, possa sviluppare dinamiche relazionali che lasciano pensare di non essere affatto quella specie "superiore" dotata di un cervello ben funzionante.

Anche in questo caso non voglio chiedermi il perché ciò avvenga, le origini possono essere molteplici e si potrebbe arrivare ad interpretazioni infinite.
Pertanto, ciò che invece vorrei affrontare qui è come reagire, cosa fare per poter vivere nel miglior modo possibile questo tipo di situazioni problematiche.
E' un fatto pensare che sia impossibile cambiare gli altri, giacché ognuno sceglie per sé il proprio cambiamento, quando intende realizzarlo.
Quindi, cosa rimane nella vetrina delle scelte possibili?

Io credo che si possa, anche qui, decidere di partire da noi stessi, se ciò che stiamo vivendo ha un peso che percepiamo in maniera profonda, un disagio che lede il nostro benessere psicofisico, il lavoro da iniziare dovrà centrarsi su noi stessi.
Gestire il nostro modo di reagire a ciò che ci accade è il punto zero per iniziare a stare meglio, a non permettere ad altri di interferire sul nostro diritto di stare bene e in armonia.

Vi sto proponendo una difficile soluzione, ma non impossibile.
Qualcuno ha scritto che il conflitto è sempre generato dalla scarsità, che in questo modo nasce nella testa di chi partecipa a tale degenerazione delle relazioni.

Io dico che la scarsità così come l'ignoranza, intesa come l'atteggiamento di ignorare, e quindi non come una questione di carattere culturale, siano le madri di conflitti e comportamenti che rendono la specie umana tra le più disprezzabili, soprattutto perché dotata di capacità di ragionamento.

Sono tante le tecniche utili per poter migliorare ed uscire da una situazione difficile come quelle descritte poc'anzi, sarebbe riduttivo e difficile poterle affrontare appieno in questo spazio virtuale.
Ma se ciò che vi sta logorando è una situazione in cui vi sentite costretti, in cui sentite che il vostro spazio vitale stia venendo meno, lasciatevi guidare e cercate qualcuno che possa aiutarvi a stare meglio, aprite la vostra mente e il vostro cuore a nuove possibilità.


Spesso non riusciamo a vederne, e ci convinciamo che l'unica cosa sia ricambiare con la stessa moneta, anche quando in realtà sappiamo di non essere fatti per certe azioni.
Quindi non lasciamo che altri decidano per noi, non diamo la possibilità a nessuno di tirare fuori il peggio di noi, quello che neanche pensavamo di possedere.
Lasciamo che siano gli altri a "sporcarsi le mani", noi cerchiamo la bellezza, quella degli atti di gentilezza e dell'armonia, dell'equilibrio che ci rende imperturbabili di fronte ai soprusi che arrivano da fuori.

Questo post è dedicato a tutti quelli che hanno deciso di rimanere puliti, nonostante lo sporco dell'ignoranza che circola troppo liberamente, ed anche me.





martedì 7 maggio 2013

La terra sotto i piedi


Quante volte abbiamo sentito la frase "Mi è mancata la terra sotto i piedi"?
 
Quante volte, pur senza aver sentito queste parole, abbiamo provato la sensazione di smarrimento e di vuoto che questo modo di dire descrive molto bene.
La metafora è perfetta, sentire che qualcosa di fondamentale sia venuto meno, del resto se non ho la terra dove posso mai esistere, non siamo in grado di volare e a qualcosa dobbiamo tenerci, su qualcosa bisognerà appoggiare i nostri piedi.
Chi si sente, in questo momento, proprio in questo stato?
Beh, la prima cosa da sapere è che questa sensazione è una fase, non sarà sempre così.
Qualunque sia il motivo che abbia stimolato in voi questo stato d'animo, qui non conta, ciò che importa è sapere che come tutti gli stati d'animo si tratta di un passaggio, a volte necessario, ma certamente non perenne.
Da chi dipende? Da noi, da quanto abbiamo deciso di farlo durare.
L'ultima volta che vi siete sentiti in questo modo, pensate, cosa avete fatto per uscire da questo stato e risentire di essere di nuovo con la terra pronta a sostenere il vostro peso, la vostra stessa esistenza?
Forse penserete che stia blaterando, per fortuna non è questo il caso.
Semplicemente, sto ricordando a tutti noi che gli stati d'animo, le emozioni, sono passeggeri, sopraggiungono, ci travolgono a volte, altre ci sfiorano appena, ma ciò che le caratterizza è anche il fatto che, come le nuvole, vanno via e mutano e si trasformano per diventare qualcos'altro.
Non solo, se vorrete, potrete trasformarla già da ora, dipende da voi.

Allora se questa è la sensazione, lo stato d'animo che in questi momenti vi pervade e vi stravolge, più che travolgervi, la prima cosa che potete fare è pensare, sapere che tra non molto andrà via.

Poi forse potrà ritornare se non avrete risolto la situazione che ve la risuscita, allora saprete che dovrete anche iniziare a fare altro, ma ricordiamoci, sta a noi spazzarla via come il vento porta via le nuvole.

La terra sotto i piedi può mancare per tanti motivi: sono le abitudini che avevo acquisito e che sono costretta a lasciare perché qualcosa è cambiato.
E' un amore che è andato via, e anche se so che è lo cosa giusta, sento che la terra sotto i piedi è andata via con lui, o forse ho semplicemente paura del nuovo che avanza e non mi sento pronta ad accettarlo.

Insomma, la terra sotto i piedi può mancare, o almeno è così che ci sentiamo, altre volte forse siamo noi che veniamo meno a noi stessi, i nostri piedi sono assenti come tutto il corpo che contribuisce alla nostra stessa esistenza.
Ripartire da noi, dalla nostra unicità, dal nostro valore, può rimetterci in contatto con noi stessi, con il nostro corpo e solo dopo avremo di nuovo tutti i ricettori attivi per comprendere che la terra è sempre stata lì, siamo noi che ci siamo assentati un attimo.
Buon viaggio a tutti, soprattutto a chi sta iniziando una nuova fase della propria vita e si sente un pò smarrito.

Tranquilli, le nuvole servono come serve la pioggia, ma poi vanno via e il sereno ritorna.


domenica 7 aprile 2013

Ancora sull'etichette

Entrare in un asilo nido e sentire, in meno di un'ora, etichette volare per poggiarsi sui visini dolci e buffi di quei bambini.
"Sei pagliaccia!".
"Sei la peste dell'asilo!".
Insomma ad ognuno il suo, e così sempre in meno di un'ora ognuno di loro si è sentito chiamare con una definizione di ciò che sembrano essere, come fosse una sentenza sul futuro.
Dicono serva per distinguerli, come se il nome riportato all'anagrafe non bastasse, del resto Carla non è come Alessandro e quindi perchè affibbiare aggettivi e nomignoli che convincano quei cuccioli di essere in un certo modo?
 Eh già, dico "essere", perchè quel modo di nominarli certamente ripetuto tante volte, in una sola giornata e tutti i giorni, da qualche parte creerà una convinzione, allora se il nomignolo che ti hanno donato è "bello" o "bella" o "dolce" potrebbe anche aiutare, ma se  malauguratamente ciò che hanno visto di te, il primo giorno che ti hanno incontrato, è stato un atteggiamento o un comportamento negativo allora sei spacciato!

Convinzioni che nascono dal fatto di sentirsi ripetere ogni giorno di essere in un modo...che fortuna!
Quante possibilità avrò di sperimentare nuove cose, atteggiamenti o comportamenti se ciò che mi hanno ripetuto per anni, in momenti delicati della crescita, è stato che sono in un certo modo?
Come si può pensare che un bambino non si comporti da peste se ciò che gli hanno ripetuto per almeno tre anni della sua giovane vita è proprio "peste"?

Insomma, è ovvio che poi ognuno decide per se, ma pensate a quanto possa essere condizionante.

Il consiglio?
Smettiamo di usare il verbo essere, quando un bambino si comporta in un determinato modo non ha scritto per sempre il suo carattere.
Intendo dire che un comportamento rimane un comportamento, e non è necessariamente esaustivo del modo di essere di una persona.
Sarà molto più utile coi bambini utilizzare il verbo avere, "hai avuto un atteggiamento ..." piuttosto che "ti sei comportato come una peste", lasciando ad altri contesti e altre situazioni le etichette, qui non servono.

Se i bambini si sentono ripetere continuamente di essere in un certo modo, prima o poi la convinzione in loro crescerà e penseranno di essere in tal modo.
Aiutiamo il loro sviluppo, migliorando la nostra comunicazione, diamogli la possibilità di crescere sperimentando il loro essere, senza limitarlo con le etichette che, anche solo per gioco, ci divertiamo a mettere.





lunedì 18 marzo 2013

La paura, uno stato di immobilità.

Il coraggio della provocazione Quando stupire non è maniera



A quanti è capitato di sognare di essere terrorizzati dalla paura, tanto da non riuscire a compiere l'azione necessaria per risolvere la questione?
Nel sonno capita di vederci incastrati e di non riuscire a gridare per chiamare "aiuto", o di non riuscire a comporre un numero di telefono, che altrimenti faremmo anche ad occhi chiusi o ancora di non avere la forza e l'agilità necessarie per correre e scappare via.
Insomma, quando siamo immersi in questo stato d'animo la cosa più naturale è non fare, non agire, immobilità.
Siamo bloccati e non si tratta di una scelta, poiché ciò che sentiamo è proprio di non poterci muovere, di non poter fare diversamente da ciò che stiamo facendo, vale a dire nulla.
Allora quale potrebbe essere la prima cosa necessaria?
Liberarci dal giogo della paura.
Uscire allo scoperto, sentire che possiamo farcela.
Smettere di vivere nella paura significa ricominciare a vivere.
Affrontare il demone per mostrare a noi stessi che siamo capaci di essere e realizzare ciò che pensiamo.

Quando un'azienda ha paura, smette di fare investimenti sul marketing o sulle persone.
Quando la persona ha paura di non riuscire, smette di  progettare e si rifugia nella giustificazione che "tanto sarebbe inutile".
Quando ho paura dell'amore e del fatto che non potrei sopportare di non essere amato, non mi relaziono con nessuno a livello profondo.
Quando ho paura del futuro, perché non so cosa possa aspettarmi, smetto di pensare a ciò che mi piacerebbe fare e scelgo di non scegliere, perché sarebbe troppo doloroso scoprire di aver sbagliato treno.

Banalmente, potrei aver paura di tutto e questo mi porterebbe a fare niente.
Allora affrontare il demone è il primo passo, sapere con chi ho a che fare, conoscere il nemico.
Spesso è proprio questa la lieta notizia: il primo sabotatore della mia vita sono io.

Ma allora cosa c'è di bello e lieto in questa possibilità?
Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.
Affrontarmi potrà essere la cosa più difficile, ma è anche certamente la cosa più semplice, del resto chi mi conosce meglio di me?!

mercoledì 6 marzo 2013

Abitudini e obiettivi.


Il post di oggi è una trascrizione che non ha bisogno di altro intorno, se non questa breve introduzione che suona più come una domanda:
Le abitudini ci aiutano a raggiungere i nostri obiettivi, così come a volte possono essere gli ostacoli che non vediamo nel nostro percorso?

"Una volta domandai a Lord Carandon, un diplomatico inglese, quale fosse la lezione più preziosa appresa durante la sua lunga e brillante carriera al servizio del governo.
La lezione più preziosa - rispose - la imparai proprio all'inizio della carriera, quando fui inviato in Medio Oriente a fare da assistente ad un amministratore locale.
Il mio superiore si recava ogni giorno in un paese diverso, per dirimere controversie e per risolvere altre questioni importanti.
Ogni volta, arrivato in paese, si scatenava un pandemonio, perché veniva assediato da persone che avevano richieste da porgli e che volevano offrirgli il caffè. 
La cosa non terminava fino al tramonto, quando lui ripartiva.
Avrebbe potuto plausibilmente dimenticare i suoi obiettivi, se non fosse stato per una semplice abitudine.
Appena prima di fare il suo ingresso nel paese, al mattino, accostava l’auto sul ciglio della strada e chiedeva:
Quando stasera lasceremo il paese, che cosa vorremo aver realizzato?.
Sia lui che io rispondevamo a questa domanda, quindi entravamo in paese.
Quando ripartivamo, la sera, accostava di nuovo l’automobile sul lato della strada e domandava:
Ora, ci siamo riusciti?
Abbiamo realizzato quello che avevamo stabilito?’”.
Quella semplice abitudine mentale era la lezione più preziosa che Carandon avesse mai imparato.

William Ury - Dal libro “Negoziare in situazioni difficili"

Aggiungo e concludo con un'altra domanda: 
quali sono le abitudini che ci hanno ostacolato o ancora lo fanno?