Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.

Roberta la Viola

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venerdì 23 maggio 2014

Chiodo scaccia chiodo

Quanto tempo perso, quanto, a volte, ci blocchiamo nella ricerca di qualcosa che poi alla fine si rivela importante, ma soprattutto inutile?

Faccio così perchè me lo hanno insegnato ...
Faccio questa cosa perchè con mio fratello non potevo comportarmi diversamente, altrimenti ...
Mi sono abituato a questa cosa e ormai non riesco a fare diversamente...

Bla bla bla, troppi giri, troppa energia sprecata per spiegare a noi stessi come siamo arrivati ad un certo punto;  riconosciamo che non ci piace o, peggio ancora, non ci fa stare bene, però ci raccontiamo che non possiamo fare diversamente.

Balle!
Possiamo fare diversamente, dipende da noi, come vi sarete abituati a leggere, c'è sempre una bella notizia.
Eccola: le abitudini funzionano come il famoso detto "chiodo scaccia chiodo".

Volete smettere di fare quella cosa che vi danneggia?

Bene, se lo volete davvero, la cosa che potrete fare è iniziare con qualcosa che vi faccia stare bene, le abitudini si eliminano innanzitutto con nuove abitudini.
Dipenderà da voi iniziare e dipenderà da voi continuare, con costanza, al fine di installare nel vostro software una nuova app, una nuova abitudine.

Siete pronti?

Cosa c'è, la vecchia non vuole andare via, rimane attaccata a voi?
E' possibile, dovrete solo iniziare ...


Chiodo scaccia chiodo, scegliete il nuovo, che vi fa stare bene, ed eliminate il vecchio.
Giocate, sperimentate, è sempre il tempo di mettersi in gioco, siete vivi e questo vuol dire che potrete scegliere.

Smentitevi, scoprite qualcosa che neanche immaginavate. Divertitevi!

Grazie a L., che pensa di chiedere il mio aiuto e invece lei aiuta me, aprendo i cassetti della memoria che liberano l'ispirazione.

Il coaching in azienda.

Ho scritto tanto in questi mesi, o forse anche poco.
Oggi ho riflettuto sul fatto che questo sito sia nato per rispondere a diverse esigenze.

Come ho spesso scritto, mi capita di dover spiegare cos'è il coaching, e questo mi ha portato a concentrare le energie sulla descrizione di questo tipo di approccio, focalizzandomi più sul lavoro di consulenza individuale, ossia quello che mi porta a lavorare con le persone che si rivolgono a me in studio.
Proprio questo aspetto mi ha fatto tralasciare un altro tipo di informazione relativamente alla mia professione.

Il coaching è un approccio che viene utilizzato non solo nella relazione d'aiuto con il singolo cliente o con piccoli gruppi come coppie o famiglie, il coaching si applica molto bene anche alla realtà aziendale, di qualunque tipo si tratti.

Le domande che arrivano più spesso sono: quali aziende possono trovare beneficio da un approccio del genere?
O ancora, e questa suona più come un'affermazione: Ma sono certamente le aziende di una certa grandezza a richiedere consulenze di questo tipo!?!

Spesso ci soffermiamo a fare distinzioni sui settori in cui un'azienda opera, e questo è certamente utile, può però portarci a perdere un aspetto fondamentale: le aziende sono fatte da persone.



In quest'ottica il settore di riferimento poco conta, le dinamiche che si innescano, le problematiche, eventualmente riscontrabili, riguardano la sfera delle relazioni umane e, proprio per questo il settore non è un aspetto fondamentale, ma semplicemente un dato che può essere importante.

Allora l'obiettivo di questo post è proprio quello di rispondere a domande come:
Perché un'azienda dovrebbe richiedere l'aiuto di un coach?
Come si applica il coaching nelle aziende?

Meravigliosamente!
E' certamente questa la prima affermazione che viene alla mente.
Volendo esplicitare il concetto, il coaching può essere utilizzato come unico approccio sia in colloqui di gruppo che individuali, può riferirsi agli obiettivi aziendali in genere, alla mission e alla vision di un'azienda, ed anche agli obiettivi della singola area o della funzione del ruolo ricoperto dalla singola persona.

Può essere affiancato ad altri approcci, che contribuiscano a migliorare i risultati e ad accelerare i processi di cambiamento, ed il primo è certamente quello della formazione.

Ho infatti sperimentato che quando si ha la possibilità di programmare i due tipi di intervento nel medio e lungo termine, con costanza, dedizione e il coinvolgimento dell'intero organico, i risultati non solo arrivano, ma lo fanno anche presto.

Perché un'azienda, a prescindere dalla sue dimensioni o dal settore in cui opera, dovrebbe richiedere l'aiuto di un coach?

. Perché spesso per realizzare il proprio sogno, il proprio obiettivo, c'è bisogno di qualcuno che ci  aiuti a focalizzarlo meglio.
. Perché certe volte l'imprenditore è talmente "dentro" la sua situazione, il suo contesto, che qualcosa può sfuggirgli e, alla lunga, anche disorientarlo.
. Perché le persone, quando stanno bene, lavorano meglio.
. Perché un coach può facilitare e agevolare i percorsi di cambiamento, anche quando questi si rivolgono alle carriere, o a cambiamenti cui l'azienda è sottoposta perché spinte esterne del mercato glielo impongono.
. Perché, a volte, le relazioni interne, quelle tra le varie funzioni aziendali, possono complicarsi e occorre qualcuno che possa aiutare le parti per arrivare ad un dialogo costruttivo.

Insomma, i perché sono davvero tanti.
Non è un caso che sempre più aziende decidano di trovare una persona che possa aiutarle nel difficile ruolo che sono tenute a svolgere ogni giorno, quello di realizzare ciò per cui sono nate, anche in un tempo in cui fare azienda, e confrontarsi con il mercato, è una sfida da vivere ogni giorno.

Un coach, può aiutare la rifocalizzazione degli obiettivi, proprio quando questi sono messi a dura prova dalle varie situazioni che l'imprenditore e i suoi collaboratori sono tenuti ad affrontare ogni giorno.
Quando la prontezza viene a mancare, può essere che sia venuta a mancare anche la serenità e certamente c'è un'area su cui bisognerà intervenire.




Spero che questo pezzo del puzzle, che oggi aggiungo, possa aiutare chi riserba dei dubbi sul coaching e sulle relazioni d'aiuto in genere.

giovedì 22 maggio 2014

Uno, due e ... tre!

Capire di non essere "dei", capire che da genitori, così come da persone, non siamo invincibili.
Siamo vulnerabili, siamo alla ricerca della cosa giusta o sarebbe meglio dire della cosa migliore possibile.

Quando diventiamo genitori siamo esposti alle nostre mille contraddizioni, più che in altre circostanze, in altre situazioni, vestiamo il ruolo che noi stessi ci siamo assegnati, e spesso dimentichiamo di essere, prima di qualsiasi altro ruolo, delle persone.

Lavoro spesso con coppie che hanno intrapreso questo impegnativo percorso, quello della genitorialità.
Troppo spesso, le problematiche della coppia nascono dall'essersi dimenticati alcune verità basilari:
. la prima, è proprio quella di essere delle persone;
. la seconda, quella che, pur nella nostra individualità, siamo in coppia e non una coppia.

Dimenticarsi di essere una persona e ricordarsi solo del ruolo che si ricopre, significa dimenticarsi delle proprie esigenze, dei propri desideri, dei progetti che da tempo speriamo di realizzare.

Dimenticarsi di essere in coppia, significa non dedicarsi più il tempo necessario per confrontarsi, scoprirsi, conoscersi, litigare, discutere, amarsi, ...
Quando una terza vita si aggiunge alle due, che già esistevano, si è talmente concentrati e sorbiti dalle nuove esigenze che incombono, che si ha la sensazione di non vivere quasi più neanche per se stessi, figuriamoci per l'altro, ma si ha solo tempo e occhi ed energia per quell'esserino che è da poco giunto.

Eppure il mio invito è: ricordatevi che quell'esserino ha bisogno di voi, del vostro essere persona, del vostro essere in coppia, della vostra responsabilità di genitore neo-nato, ma anche di tutta la vostra energia.
Più questa sarà pulita, più quel piccolo extraterrestre godrà della vostra presenza.

E' certamente vero, avete meno tempo per vivervi personalmente e per vivere in coppia, allora giocate il gioco della qualità.
Quel tempo che ritaglierete per voi sarà poco, sì, ma può essere intenso, anche se ciò che deciderete di fare sarà bere un bicchiere di vino e chiacchierare.

So bene che qualche genitore potrà pensare "Magari! La fai facile."

In realtà, mi piacerebbe che ne vedeste la possibilità, che possiate concedervela.
Dipende da voi, e un pò anche da quel piccolo esserino che è entrato a pié pari nella vostra vita.
Ma vedrete che la godibilità della vostra energia "pulita", quella che rimetterete in campo, sarà splendida per chiunque entri in contatto con voi.

Domande:
. da quanto tempo non programmate un'uscita a due?
. Da quanto tempo non preparate una cenetta, anche casalinga, dove i protagonisti siano voi e il vostro compagno/a?
. Da quanto tempo non uscite con un amico o amica, per sentirvi che siete uno, prima di essere due e poi tre?

Non importa il numero dei giorni, mesi o anni incluso nelle vostre risposte, ciò che importa è:
per voi, il tempo riportato nelle vostre risposte, è troppo?

Allora è il momento di programmare qualcosa che vi aiuti a rigenerarvi.

In ogni caso, se il ruolo che avete deciso di ricoprire, quello del genitore, a volte vi sembra una sfida che al momento non state affrontando al meglio, vi consiglio un ottimo libro per confrontarvi e migliorarvi:


                                                    Buona lettura.

giovedì 15 maggio 2014

Sì lo voglio. No, no, non lo voglio più!

Lo voglio, non lo voglio, ma poi lo rivoglio e poi ancora ....

Un circolo infinito, penso che vorrei fare una cosa e che mi aiuterebbe farlo, poi un attimo dopo sono certa che non sia affatto così, piuttosto che sia vero il contrario.

Una corsa infinita a rincorrere la propria verità: voglio o non voglio farla sta cosa?

La domanda che continuo a pormi è proprio questa e la risposta non arriva se non per 5 minuti, e poi tutto da capo.

Che non sia la domanda a farmi fare questo giro infinito?
Spesso la domanda non è posta nel modo migliore, ciò che mi sto domandando non risolve il mio dubbio, la mia indecisione.

Chiedersi: mi è utile? a volte può aiutarci ad uscire dal loop, reiteriamo comportamenti che non ci sono utili, eppure continuiamo a proporli.




Se ci domandassero perchè lo facciamo, risponderemmo, molto probabilmente, che siamo abituati così.

Ma non è per niente vero che un' abitudine sia necessariamente sana, piuttosto spesso ci abituiamo a cose che non ci fanno bene.

Allora la domanda è: qual è la vostra abitudine? Qual è quella abitudine che continuate a proporre a voi stessi, col vostro comportamento,  che proprio non vi aiuta a stare meglio?

L'avete trovata?

Potrebbe venirvi spontaneo chiedervi il perchè l'abbiate acquisita, io vorrei proporvi invece di chiedervi se vi è utile.
 Rinunciate, per un pò, al ritorno al passato con il famigerato perchè, andate al passato con una domanda nuova:
in quali situazioni avete attuato quella abitudine, quel comportamento?
E poi:
in quali di queste avete riscontrato l'utilità di quella azione?
In altre parole:
Vi ha fatto bene vedervi in quell'azione?
Come vi siete sentiti e come vi sentite quando ci ripensate?

Dietro queste domande c'è la risposta che cercate, ora potrete ri-chiedervi: voglio o non voglio farla sta cosa?

Cambiare è possibile, purchè lo si voglia. Migliorare è utile per stare bene con noi stessi, prima che con gli altri.

mercoledì 12 marzo 2014

Parole, parole, parole.

Quante ne diciamo, ci riempiamo la bocca di tante parole.
Ogni famiglia ha le sue dinamiche di comunicazione, ogni famiglia ascolta in un determinato modo e, soprattutto, ogni famiglia interpreta in un certo modo.
Quando dico "famiglia" intendo anche qualsiasi gruppo consolidato come tale, in qualunque settore sia inserito, in qualsiasi ambito della vita, che sia un gruppo di lavoro, piuttosto che uno di amici.
Quando frequentiamo qualcuno in un certo modo, quando il rapporto è consolidato e duraturo, spesso mettiamo insieme una serie di abitudini che diventano caratteristiche del nostro stare in relazione e quindi anche del nostro comunicare.

Ci sono famiglie che usano spesso il sarcasmo per dirsi ciò che pensano, altre che in maniera compita affrontano qualsiasi situazione, altre ancora non riescono ad esprimersi se non utilizzano toni decisamente alti.
Insomma, ognuno ha il suo modo e riconoscerlo facilita la relazione.
Riconoscerlo significa anche essere consapevoli che non ci si sta arrabbiando o non ci si sta insultando o qualsiasi altra cosa, ma semplicemente sapere che quella è la modalità di comunicazione che contraddistingue quel gruppo.

Sto parlando di parole e in realtà vorrei tanto dire ascolto, eh già, perché questo riconoscimento in realtà, questa consapevolezza, avviene proprio quando la persona si è  fermata ad ascoltare il proprio gruppo, quando nel fermarsi in silenzio si è osservato e riconosciuto il carattere che lo contraddistingue.
Eppure ascoltare è forse la parte più difficile del processo comunicativo.



Un'amica giorni fa mi ha aiutato a ricordare un aspetto molto importante che interviene mentre siamo convinti di ascoltare il nostro interlocutore, ciò che facciamo mentre siamo lì in silenzio è parlare.
Non sono impazzita, parliamo a noi stessi, mentre qualcun altro al di fuori sta indirizzando messaggi a noi, siamo lì in silenzio, ma solo apparentemente, ciò che stiamo facendo è "leggere la mente", quella di chi sta parlando a voce alta, esprimendo qualcosa indirizzata a noi.

Pensateci un attimo, qualcuno vi dice qualcosa, e mentre lo fa voi state già pensando alle marmotte che incartano il cioccolato, vi state dicendo "cosa avrà voluto dire?" o anche "chissà cosa c'è dietro?".
Ebbene questo è leggere nella mente altrui, o essere convinti di poterlo fare, prima ancora che l'altro abbia terminato di esprimersi.
Come dicevo è un processo che più o meno tutti nella vita attuiamo, anche perché in qualche modo vediamo la comprensione legata all'interpretazione e proprio il vederle legate spesso ce le fa confondere.

Quindi, pensiamo di comprendere il  messaggio del nostro interlocutore mentre invece lo stiamo interpretando.



Poco tempo fa ho avuto a che fare con una coppia di genitori, preoccupati per il proprio figlio e impegnati nel salvaguardare il suo futuro, a parte tutto il resto e le dinamiche osservabili, ciò che mi ha colpito intensamente è stato proprio il loro modo di comunicare, anzi di ascoltare-interpretare lo stato d'animo del figlio, le sue possibili intenzioni.

Ho scoperto, nel confronto con loro, che sono stati sempre molto disponibili e pronti a risolvere le problematiche del figlio, il punto cruciale però è che quasi mai lo hanno ascoltato, mentre troppo spesso lo hanno interpretato.

Quindi, i problemi di chi hanno cercato di risolvere?

Pensateci un attimo, quanta energia investiamo nell'interpretazione, che poi non sempre si rivela corrispondente al pensiero altrui?

E quanta ne risparmieremmo se, anziché ascoltare-interpretare, ascoltassimo-comprendessimo il nostro interlocutore?








lunedì 10 marzo 2014

Rassegnazione

Ecco la ParolaNuda: rassegnazione

La Treccani la spiega con le parole che seguono: Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere.

Mi piacerebbe soffermarmi proprio sulla seconda parte.
Mi è capitato negli utlimi giorni di occuparmi di colloqui di selezione e, purtroppo, ho riscontrato che buona parte dei candidati presentatisi al colloquio ha negli occhi e nelle parole proprio quello stato di rassegnazione che fa rinunciare e non lascia intravedere possibilità.
Proprio questa esperienza mi ha fatto pensare che ci si è rassegnati a tal punto che ogni settore viene definito come il più maltrattato dalla crisi, ognuno esprime il proprio parere a riguardo, con un fattore comune che contraddistingue in maniera evidente ogni parlante, come se vi fosse un marchio di fabbrica, un marchio che dice RASSEGNATO!
Rassegnato all'impossibilità di trovare lavoro, rassegnato all'idea che non è possibile desiderare il lavoro ideale, rassegnato all'idea che il territorio non aiuta, rassegnato all'idea che non ci è dato di progettare, insomma "rassegnato e basta".


Voglio provocare, voglio smuovere questi animi, voglio vederli impegnati nella ricerca di soluzioni possibili.
Ne ho parlato spesso in queste pagina, la chiarezza degli intenti, la capacità di saper decidere.
Spesso durante il colloquio chiedo: "cosa vuole fare da grande?"
Le maggiori risposte che ottengo iniziano così: "io avrei voluto fare ...".
Eppure io ho chiesto "cosa vuole fare" e non "cosa avrebbe voluto", allora mi accorgo che pieni di rimpianti ci muoviamo nel mondo della rassegnazione a tutti i costi.
Ci affidiamo ai consigli di altri, ci scopriamo rinunciatari a priori, lontani dalla possibilità di sperimentare direttamente, alla fine rimpiangiamo anche l'aver seguito il consiglio ricevuto.
Una volta è la scuola, una volta è l'università, un'altra ancora il trasferimento per lavoro o il lavoro stesso.
Allora chiedo in questo momento: a cosa ci serve la rassegnazione?
Dove mi può portare?
Cosa aggiunge questo stato, se non la certezza di non uscire e non riuscire?
La sicurezza di non vedere possibilità alcuna.
Se le vostre parole denunciano la vostra stessa rassegnazione, ri-prendetevi, progettate, sognate e liberatevi dai limiti che avete posto a voi stessi.
Chiedetevi ancora cosa vi piacerebbe fare e programmate le azioni per farlo, proprio nei post precedenti abbiamo affronato il tema della chiarezza degli obiettivi e delle tre domande che aiutano a stabilire il percorso da intraprendere:
Cosa?
Come?
Quando?

La bella notizia è che anche la durata di uno stato d'animo come la rassegnazione dipende da noi, comprendere l'inutilità è molto utile, smettere è questione di scelte.

C'è anche un'altra bella notizia, ho incontrato tante persone in questi giorni, e non tutte mi hanno trasmesso la rassegnazione, molte altre mi hanno fatto vedere la volontà, la determinazione a fare meglio e la capacità di programmare il proprio futuro pur consapevoli delle difficoltà.
Del resto, se il territorio di provenienza è lo stesso, quello delle tante persone incontrate, come mai c'è chi vive la rassegnazione e chi invece la vince?

L'esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.
                                                                                                                      Aldous Leonard Huxley 

da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-49594>

giovedì 27 febbraio 2014

Intenzione

La ParolaNuda di questo post è proprio intenzione.

La Treccani la definisce come segue:

"... dal lat. intentio -onis, der. di intendĕre «tendere, rivolgere».
Orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo".

La definizione data dall'enciclopedia Treccani continua con la distinzione tra volontà e intenzione, secondo la quale, nella seconda vi sarebbe una minore determinazione.
Eppure l'intenzione che mettiamo nel fare o non fare qualcosa determina in gran parte il raggiungimento del risultato sperato.

Allora la domanda è: siamo proprio sicuri di mettere tutta l'intenzione possibile, quel tenderci verso l'obiettivo, quando agogniamo qualcosa?

Troppo spesso siamo portati a giustificare il non raggiungimento, cercando qua e là le motivazioni che ci hanno spinto ad agire in un certo modo.
Troppo spesso sentiamo la frase "non era nelle mie intenzioni ..." e troppo poco spesso pronunciamo, o sentiamo la frase, "era nelle mie intenzioni".
Dove stiamo direzionando la nostra volontà?
Verso dove ci stiamo muovendo con l'intenzione di farlo?




Quando ci prefissiamo un obiettivo è fondamentale saper rispondere a tre domande:
Cosa?
Come?
Quando?

Iniziamo da qui, smettere di dirci il perchè una cosa non ha funzionato può essere utile, sapere cosa voglio, come farò ad ottenerlo e in quanto tempo, è fondamentale!

Giustifichiamo le nostre azioni, le cose che diciamo, quelle che non diciamo e ci impegniamo in analisi che non ci aiuteranno a stare meglio.
Perchè lo facciamo?
Forse proprio perché non abbiamo la giusta intenzione, o forse perché stiamo facendo qualcosa con l'intenzione di qualcunaltro.
Mi riferisco a tutte le volte che ci impegnano in una direzione senza desiderare di andare proprio da quella parte.

C'è un punto zero, quando voglio cambiare qualcosa, quando voglio raggiungere un obiettivo, e questo punto si chiama in gergo "ecologia dell'obiettivo".
Il punto zero è sapere ciò che voglio, essere certi che l'obiettivo è mio e di nessun altro.
Non potrò raggiungere l'obiettivo se l'intenzione non è mia, non orientata verso qualcosa che io voglio e non mia madre, mio padre, mio marito, mia moglie e così via.
L'intenzione è necessaria, gli strumenti per chiarila altrettanto.

Questa ParolaNuda è dedicata a tutti quelli che scelgono le scelte di altri, a tutti quelli che pensano di aver "fallito" per incapacità.
Non posso pensare di aver "fallito" se ciò verso cui sono andato era ciò che non volevo.
La bella notizia è che ci sono sempre altre possibilità, bisogna saperle vedere, bisogna scovarle, e per farlo ciò che conta è la nostra intenzione.

Questa ParolaNuda è anche un tassello che si aggiunge al discorso sul coaching, proprio perché il coach è un facilitatore, è lo Sherlock Holmes delle risorse che la persona ha dimenticato di possedere.
Il coaching aiuta a chiarire l'intenzione per direzionarla con la giusta determinazione verso il cambiamento.

Quindi, buona scoperta a tutti!

giovedì 20 febbraio 2014

Ri-cominciamo ...

...urlato un po' come fa Pappalardo nel suo storico brano...
Bando alle ciance, mi preme salutare tutti dopo questa lunga pausa.
No, non mi sento la diva che saluta i suoi fans, piuttosto semplicemente sono consapevole di non aver scritto nulla per tanto tempo.
Ho pensato spesso a questo spazio virtuale, lasciato qui, ma mai abbandonato, solo una serie di vicissitudini lavorative e non, non mi hanno permesso di dedicarmi nel modo in cui avrei voluto.
Chi fa marketing sa bene che al giorno d'oggi devi essere "presente" nel mondo virtuale proprio perchè questo ti aggancia a ciò che poi il mercato del mondo reale offre.
Senza dilungarmi troppo, dico semplicemente che, pur condividendo la filosofia di un certo marketing, la mia presenza negli ultimi mesi è stata prettamente nel mondo reale o molto poco in quello virtuale.

Vorrei, quindi, riprendere e farlo dalla libertà!




La libertà di decidere per se stessi, la libertà di sentire che possiamo decidere svincolandoci dai doveri che più o meno consapevolmente alimentiamo al nostro interno.

Spesso sento genitori lamentarsi dell'incapacità dei propri figli di decidere la strada da prendere e, di questi tempi, quasi sempre si tratta di lavoro, o studio.
Insomma di quelle scelte che i genitori spesso sentono di dover fare al posto dei loro figli.

Da genitori viene spontaneo immaginare un futuro per i bambini che abbiamo messo al mondo.
Quei bambini che diventeranno adolescenti e che già al momento della scelta della scuola sentiamo il dovere di consigliare; quegli adolescenti diventeranno i giovani che si troveranno di fronte alla scelta dell'università o del lavoro.
Proprio da qui in poi, spesso, compaiono le lotte intestine, quelle che ognuno vive singolarmente e spesso esprime a malo modo all'esterno.
Lotte di padri e madri che non vedono più il bambino su cui hanno riposto tanti sogni e progetti futuristici.
Lotte di figli che vivono il divario tra ciò che vorrebbero e ciò che sentono di poter o dover volere, il divario tra i propri progetti, a stento pronunciati, e quelli dei genitori che tanto hanno dato e detto.
Un apparente volo pindarico pone questi genitori di fronte ad un/una giovane che tenta e cerca di capire e decidere ciò che vorrà fare.

Questo è un campo minato, perché oltre alle singole situazioni familiari, spesso bisogna tener presente il contesto storico sociale, come il mercato del lavoro e le crisi economiche che da sempre si susseguono a momenti di prosperità.
Ma in questo spazio virtuale abbiamo già parlato del fatto che si è responsabili del proprio destino e che anche quando non si sceglie, si sceglie.

Ribadito questo, un dato è fondamentale, questi ragazzi hanno mai scelto?
Quanto, da genitori, abbiamo influito sulla capacità di essere "liberi" dei nostri figli?

A volte ci lanciamo in consigli senza guardare chi ci sta di fronte, lo facciamo con gli amici e ancor di più lo facciamo con i nostri figli.

Abbiamo un'idea di loro, l'abbiamo creata noi, nel corso della nostra convivenza, sulla base di questa idea siamo convinti che il primo figlio sia portato per fare questo, che il secondo sia più portato per quest'altro e così via.
Allora diventiamo i saggi che spingono, in maniera più o meno consapevole, affinché si intraprendano certe strade piuttosto che altre.

Cosa facciamo in realtà, siamo proprio sicuri che i nostri consigli siano tali e non contengano il rischio distruttivo tipico dei giudizi e di certe convinzioni?

Quando chiedo, ai genitori in difficoltà di relazione con i propri figli, se hanno mai provato a chiedere cosa vorrebbero fare questi ultimi, quasi tutti mi dicono di sì e, soprattutto, affermano di averlo fatto tante e tante volte.

Non dubitando della veridicità della risposta, credo che il punto sia come sia stata posta questa domanda.

Spesso chiediamo, includendo già risposte e opinioni, giudizi e convinzioni.

Ci sono tanti modi per aiutare un figlio, il primo è spingerlo verso la libertà.
Questa non coincide con il menefreghismo o l'egoismo, questa coincide con la capacità di scelta, l'indipendenza da condizionamenti e giudizi.
La libertà di essere se stessi e comprendere cosa si vuole.
Il ragazzo o la ragazza che non imparano a decidere e scegliere autonomamente, perché tanto c'è il genitore che lo farà per lui o lei, spesso da adulti cercano altre figure che possano sostituirsi ai genitori.
E il circolo vizioso è servito!

Il celebre testo di Gaber: "la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione ..." 
mi fa chiedere, partecipiamo alla vita dei nostri figli o piuttosto ci sostituiamo a loro?

Chiudo questo post con una frase, che ritengo esaustiva di quanto detto, tratta da "Per dieci minuti" di C. Gamberale:

"Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un'occasione?"






mercoledì 4 dicembre 2013

Confrontarsi nell'intenzione, scontrarsi nelle passioni.

Quanto è dura far capire il proprio punto di vista a qualcun'altro?
A volte sembra quasi di essere lontani anni luce, di sentirsi talmente incompresi da essere isolati in uno spazio e in un tempo nei quali la percezione della verità sembra più sfuggente che mai.
Non sarà che proprio la ricerca della verità sia l'atto fallimentare?
Quando siamo convinti di aver ragione e di essere i detentori della verità assoluta, a mala pena riusciamo a guardare in faccia l'altro.
Ci sentiamo sconfitti nel confronto, e avviliti dallo scontro, esausti per le energie che abbiamo liberato e lanciato nella discussione con l'altro.

Ma forse dovremmo prima di ogni altra cosa chiederci se entrambi non si abiti dalla parte giusta,
la percezione soggettiva che abbiamo della nostra esperienza ci dovrebbe ricordare che spesso non c'è un vincitore.
 

Come è difficile confrontarsi quando la ricerca riguarda proprio quella ricerca della verità inesistente.

Ognuno ha la propria.
La sofferenza, il dispiacere, ci rendono vulnerabili e dal confronto, con le passioni, ci ritroviamo in balia delle tensioni che creano lo scontro.

Nessuno lo avrebbe voluto, eppure ci si trova ad annaspare per cercare la via d'uscita.

La tanto nominata causatività, la responsabilità delle proprie azioni, basterebbe chiedersi quanto rifaremmo ciò che abbiamo fatto, quanto siamo convinti che il nostro comportamento prima che una reazione è un'azione.
La scelta, il decidere perchè si sente che ciò che si è fatto lo si rifarebbe.

Responsabilità.

Questo post è dedicato a tutti quelli che ritengono di abitare nel paese delle verità assolute, a tutti quelli che giustificano il proprio comportamento perchè le loro azioni sono reazioni.
Ed anche a chi riesce a farsi carico delle proprie azioni senza la fustigazione.

giovedì 24 ottobre 2013

"L'elefante incatenato" di Jorge Bucay

Riporto, di seguito, il testo che un lettore anonimo ha inviato come commento al precedente post "Convinzioni".
So bene che possa essere letto semplicemente cliccando in fondo, nella sezione commenti, ma il timore che possa sfuggire mi fa decidere di renderlo evidente.
Prima di lasciar leggere il testo che segue, ringrazio immensamente l'anonimo che ha trascritto il testo dello psicologo, scrittore e drammaturgo argentino Jorge Bucay.

“Non posso” - gli dissi - “Non posso!”
“Ne sei sicuro?” - mi chiese lui.
“Sì, mi piacerebbe tanto sedermi davanti a lei e dirle quello che provo... Ma so che non posso farlo”.
Jorge si sedette come un Buddha su quelle orribili poltrone azzurre del suo studio. Sorrise, mi guardò negli occhi e, abbassando la voce come faceva ogni volta che voleva essere ascoltato attentamente, mi disse:
“Ti racconto una storia...”.
E senza aspettare il mio assenso iniziò a raccontare.

“Quando ero piccolo adoravo il circo, mi piacevano soprattutto gli animali. Ero attirato in particolar modo dall'elefante che, come scoprii più tardi, era l’animale preferito di tanti altri bambini. Durante lo spettacolo quel bestione faceva sfoggio di un peso, una dimensione e una forza davvero fuori dal comune… ma dopo il suo numero, e fino ad un momento prima di entrare in scena, l’elefante era sempre legato ad un paletto conficcato nel suolo, con una catena che gli imprigionava una delle zampe.
Eppure il paletto era un minuscolo pezzo di legno piantato nel terreno soltanto per pochi centimetri. E anche se la catena era grossa e forte, mi pareva ovvio che un animale in grado di sradicare un albero potesse liberarsi facilmente di quel paletto e fuggire.
Era davvero un bel mistero.
Che cosa lo teneva legato, allora?
Perché non scappava?
Quando avevo cinque o sei anni nutrivo ancora fiducia nella saggezza dei grandi. Allora chiesi a un maestro, a un padre o a uno zio di risolvere il mistero dell'elefante. Qualcuno di loro mi spiegò che l’elefante non scappava perché era ammaestrato.

Allora posi la domanda ovvia: “Se è ammaestrato, perché lo incatenano?”. Non ricordo di aver ricevuto nessuna risposta coerente.
Con il passare del tempo dimenticai il mistero dell’elefante e del paletto e ci pensavo soltanto quando mi imbattevo in altre persone che si erano poste la stessa domanda.
Per mia fortuna, qualche anno fa ho scoperto che qualcuno era stato abbastanza saggio da trovare la risposta giusta:

l’elefante del circo non scappa perché è stato legato a un paletto simile fin da quando era molto, molto piccolo.

Chiusi gli occhi e immaginai l’elefantino indifeso appena nato, legato al paletto. Sono sicuro che, in quel momento, l'elefantino provò a spingere, a tirare e sudava nel tentativo di liberarsi. Ma nonostante gli sforzi non ci riusciva perché quel paletto era troppo saldo per lui.
Lo vedevo addormentarsi sfinito e il giorno dopo provarci di nuovo e così il giorno dopo e quello dopo ancora...
Finché un giorno, un giorno terribile per la sua storia, l'animale accettò l'impotenza rassegnandosi al proprio destino. L’elefante enorme e possente che vediamo al circo non scappa perché, poveretto, crede di non poterlo fare. Reca impresso il ricordo dell'impotenza sperimentata subito dopo la nascita.
E il brutto è che non è mai più ritornato seriamente su quel ricordo.
E non ha mai più messo alla prova la sua forza, mai più...”

“Proprio così, Demiàn. Siamo un po' tutti come l'elefante del circo: andiamo in giro incatenati a centinaia di paletti che ci tolgono la libertà.
Viviamo pensando che “non possiamo” fare un sacco di cose semplicemente perché una volta, quando eravamo piccoli, ci avevamo provato ed avevamo fallito.
Allora abbiamo fatto come l'elefante, abbiamo inciso nella memoria questo messaggio: non posso, non posso e non potrò mai.
Siamo cresciuti portandoci dietro il messaggio che ci siamo trasmessi da soli, perciò non proviamo più a liberarci del paletto.
Quando a volte sentiamo la stretta dei ceppi e facciamo cigolare le catene, guardiamo con la coda dell'occhio il paletto e pensiamo:
non posso, non posso e non potrò mai”.
Jorge fece una lunga pausa. Quindi si avvicinò, si sedette sul pavimento davanti a me e proseguì:
“E' quello che succede anche a te, Demiàn. Vivi condizionato dal ricordo di un Demiàn che non esiste più e che non ce l'aveva fatta.

L’unico modo per sapere se puoi farcela è provare di nuovo mettendoci tutto il cuore… tutto il tuo cuore!”




                                                         
                                                              Foto: Sebastião Salgado