Alzi la mano chi non ha mai pensato:"grande, questa idea è meravigliosa e risolverà un sacco di situazioni!"
Ognuno di noi ha vissuto, almeno una volta nella vita, la sensazione di quella idea-lampadina accesa e pronta ad illuminare ciò che poco prima era al buio.
C'è chi vive spesso questa sensazione, chi naviga nel mare creativo delle proprie idee.
Mi capita spesso di incontrare persone piene di energia e sopratutto di tante cose che vorrebbero realizzare, soluzioni, progetti lavorativi o progetti personali tutti caratterizzati dalla forte spinta creativa.
Il punto è che spesso dopo aver capito di aver a che fare con una mente molto creativa, subito dopo intravedo l'altra faccia della medaglia: la dispersione.
Certo, non è sempre così, non è detto che all'una si accompagni necessariamente anche l'altra caratteristica, ciò nonostante è abbastanza frequente che possano essere lì entrambe.
Qual è il punto o il problema?
Avere tante idee è meraviglioso, è un ottimo segnale per intravedere la capacità della persona di attivarsi e trovare soluzioni, un segnale che dice: "ehi, stai conoscendo una persona che ha una mente attiva, creativa, una persona in movimento!"
Tante belle idee, tanta dispersione, come fare?
Se sentite di appartenere a questo tipo di persone, di avere questo modus operandi, di essere in grado di produrre idee facilmente ma poi con altrettanta facilità sentite la dispersione e l'incapacità di realizzarle, allora avete quella che qualcuno chiama la "sindrome del creativo-dispersivo".
Tranquilli, non è una patologia, è piuttosto un atteggiamento.
Non vi sto diagnosticando un male incurabile, piuttosto voglio proporvi qualche piccolo trucchetto che possa aiutare le vostre fantastiche idee a trovare la realizzazione.
David Allen dice che per lasciare la mente in uno stato creativo, bisogna tenerla il più possibile sgombra, come fare?
Scrivete le vostre idee, portate un taccuino con voi per trascrivere ciò che ritenete essere un valido spunto per un progetto.
Ma prima di qualsiasi altro passo, chiedete a voi stessi cosa volete.
Normalmente la persona dalle spiccate qualità creative, purtroppo a questo punto già un pò si potrebbe perdere nelle mille possibilità.
Allora, fermate un attimo questo flusso, e cercate in voi la risposta alla domanda: Cosa voglio veramente?
Bene, l'avete trovata?
Ora, quindi, scrivetela!
Tenendo a mente che la formula migliore prevede che ci sia "positività", esempio: "voglio trovare un lavoro che ...", "voglio aumentare il fatturato della mia azienda da x a y", "voglio migliorare il rapporto con ...".
Insomma, qualunque sia il progetto che vi è venuto in mente, scrivetelo, evitando negazioni.
Bene, ora sapete due cose fondamentali e utili al fine di realizzare il vostro progetto.
Sì, sì lo so, abbiamo detto che alcune persone hanno più idee e più progetti, bene, arriviamo al passo successivo:
prendete delle scatole che possano contenere i vostri appunti, tante quante sono i progetti che intendete realizzare.
Questo, a prescindere dal fatto che possiate essere creativi e dispersivi allo stesso tempo, agevolerà il vostro percorso.
Ogni volta che avrete prodotto un nuovo foglietto e quindi una nuova idea, potrete metterla nella scatola corrispondente al progetto cui si riferisce.
In sintesi ora sapete che:
1. un taccuino vi aiuterà a non disperdere energie e idee, e
2. domandarvi cosa volete veramente è il passo che vi aiuterà a cestinare le idee che al momento non vi serviranno., ma scrivetele comunque sul taccuino, potranno tornarvi utili per altri progetti.
3. avere dei contenitori di idee e questo vi aiuterà ad ordinarle.
Ultimo punto:
ricordate di controllare la quantità di bigliettini presenti nelle singole scatole, lasciarle lì per troppo tempo equivalrrebbe al non aver fatto nulla.
Quindi, stabilite un tempo per voi adeguato, che vi impedisca l'abbandono delle vostre idee, per visionare e rileggere ciò che avrete prodotto.
In alcuni casi scoprirete di avere già tutto pronto per concretizzare, quindi non vi rimane che procedere con l'azione!
Buon lavoro.
P.s. le scatole, per i più tecnologici, potranno essere anche file gestiti in cartelle su un dispositivo elettronico.
Siamo noi stessi i limiti per i nostri sogni, al pari di quanto siamo noi stessi i geni che li potranno esaudire.
Roberta la Viola
Vuoi iniziare un percorso di miglioramento?
I contatti per prenotare o chiedere informazioni sono 377.53.63.173 o effettocoaching@gmail.com
La prima sessione è GRATUITA.
giovedì 25 settembre 2014
venerdì 23 maggio 2014
Chiodo scaccia chiodo
Quanto tempo perso, quanto, a volte, ci blocchiamo nella ricerca di qualcosa che poi alla fine si rivela importante, ma soprattutto inutile?
Faccio così perchè me lo hanno insegnato ...
Faccio questa cosa perchè con mio fratello non potevo comportarmi diversamente, altrimenti ...
Mi sono abituato a questa cosa e ormai non riesco a fare diversamente...
Bla bla bla, troppi giri, troppa energia sprecata per spiegare a noi stessi come siamo arrivati ad un certo punto; riconosciamo che non ci piace o, peggio ancora, non ci fa stare bene, però ci raccontiamo che non possiamo fare diversamente.
Balle!
Possiamo fare diversamente, dipende da noi, come vi sarete abituati a leggere, c'è sempre una bella notizia.
Eccola: le abitudini funzionano come il famoso detto "chiodo scaccia chiodo".
Volete smettere di fare quella cosa che vi danneggia?
Bene, se lo volete davvero, la cosa che potrete fare è iniziare con qualcosa che vi faccia stare bene, le abitudini si eliminano innanzitutto con nuove abitudini.
Dipenderà da voi iniziare e dipenderà da voi continuare, con costanza, al fine di installare nel vostro software una nuova app, una nuova abitudine.
Siete pronti?
Cosa c'è, la vecchia non vuole andare via, rimane attaccata a voi?
E' possibile, dovrete solo iniziare ...
Chiodo scaccia chiodo, scegliete il nuovo, che vi fa stare bene, ed eliminate il vecchio.
Giocate, sperimentate, è sempre il tempo di mettersi in gioco, siete vivi e questo vuol dire che potrete scegliere.
Smentitevi, scoprite qualcosa che neanche immaginavate. Divertitevi!
Grazie a L., che pensa di chiedere il mio aiuto e invece lei aiuta me, aprendo i cassetti della memoria che liberano l'ispirazione.
Faccio così perchè me lo hanno insegnato ...
Faccio questa cosa perchè con mio fratello non potevo comportarmi diversamente, altrimenti ...
Mi sono abituato a questa cosa e ormai non riesco a fare diversamente...
Bla bla bla, troppi giri, troppa energia sprecata per spiegare a noi stessi come siamo arrivati ad un certo punto; riconosciamo che non ci piace o, peggio ancora, non ci fa stare bene, però ci raccontiamo che non possiamo fare diversamente.
Balle!
Possiamo fare diversamente, dipende da noi, come vi sarete abituati a leggere, c'è sempre una bella notizia.
Eccola: le abitudini funzionano come il famoso detto "chiodo scaccia chiodo".
Volete smettere di fare quella cosa che vi danneggia?
Bene, se lo volete davvero, la cosa che potrete fare è iniziare con qualcosa che vi faccia stare bene, le abitudini si eliminano innanzitutto con nuove abitudini.
Dipenderà da voi iniziare e dipenderà da voi continuare, con costanza, al fine di installare nel vostro software una nuova app, una nuova abitudine.
Siete pronti?
Cosa c'è, la vecchia non vuole andare via, rimane attaccata a voi?
E' possibile, dovrete solo iniziare ...
Chiodo scaccia chiodo, scegliete il nuovo, che vi fa stare bene, ed eliminate il vecchio.
Giocate, sperimentate, è sempre il tempo di mettersi in gioco, siete vivi e questo vuol dire che potrete scegliere.
Smentitevi, scoprite qualcosa che neanche immaginavate. Divertitevi!
Grazie a L., che pensa di chiedere il mio aiuto e invece lei aiuta me, aprendo i cassetti della memoria che liberano l'ispirazione.
Il coaching in azienda.
Ho scritto tanto in questi mesi, o forse anche poco.
Oggi ho riflettuto sul fatto che questo sito sia nato per rispondere a diverse esigenze.
Come ho spesso scritto, mi capita di dover spiegare cos'è il coaching, e questo mi ha portato a concentrare le energie sulla descrizione di questo tipo di approccio, focalizzandomi più sul lavoro di consulenza individuale, ossia quello che mi porta a lavorare con le persone che si rivolgono a me in studio.
Proprio questo aspetto mi ha fatto tralasciare un altro tipo di informazione relativamente alla mia professione.
Il coaching è un approccio che viene utilizzato non solo nella relazione d'aiuto con il singolo cliente o con piccoli gruppi come coppie o famiglie, il coaching si applica molto bene anche alla realtà aziendale, di qualunque tipo si tratti.
Le domande che arrivano più spesso sono: quali aziende possono trovare beneficio da un approccio del genere?
O ancora, e questa suona più come un'affermazione: Ma sono certamente le aziende di una certa grandezza a richiedere consulenze di questo tipo!?!
Spesso ci soffermiamo a fare distinzioni sui settori in cui un'azienda opera, e questo è certamente utile, può però portarci a perdere un aspetto fondamentale: le aziende sono fatte da persone.
In quest'ottica il settore di riferimento poco conta, le dinamiche che si innescano, le problematiche, eventualmente riscontrabili, riguardano la sfera delle relazioni umane e, proprio per questo il settore non è un aspetto fondamentale, ma semplicemente un dato che può essere importante.
Allora l'obiettivo di questo post è proprio quello di rispondere a domande come:
Perché un'azienda dovrebbe richiedere l'aiuto di un coach?
Come si applica il coaching nelle aziende?
Meravigliosamente!
E' certamente questa la prima affermazione che viene alla mente.
Volendo esplicitare il concetto, il coaching può essere utilizzato come unico approccio sia in colloqui di gruppo che individuali, può riferirsi agli obiettivi aziendali in genere, alla mission e alla vision di un'azienda, ed anche agli obiettivi della singola area o della funzione del ruolo ricoperto dalla singola persona.
Può essere affiancato ad altri approcci, che contribuiscano a migliorare i risultati e ad accelerare i processi di cambiamento, ed il primo è certamente quello della formazione.
Ho infatti sperimentato che quando si ha la possibilità di programmare i due tipi di intervento nel medio e lungo termine, con costanza, dedizione e il coinvolgimento dell'intero organico, i risultati non solo arrivano, ma lo fanno anche presto.
Perché un'azienda, a prescindere dalla sue dimensioni o dal settore in cui opera, dovrebbe richiedere l'aiuto di un coach?
. Perché spesso per realizzare il proprio sogno, il proprio obiettivo, c'è bisogno di qualcuno che ci aiuti a focalizzarlo meglio.
. Perché certe volte l'imprenditore è talmente "dentro" la sua situazione, il suo contesto, che qualcosa può sfuggirgli e, alla lunga, anche disorientarlo.
. Perché le persone, quando stanno bene, lavorano meglio.
. Perché un coach può facilitare e agevolare i percorsi di cambiamento, anche quando questi si rivolgono alle carriere, o a cambiamenti cui l'azienda è sottoposta perché spinte esterne del mercato glielo impongono.
. Perché, a volte, le relazioni interne, quelle tra le varie funzioni aziendali, possono complicarsi e occorre qualcuno che possa aiutare le parti per arrivare ad un dialogo costruttivo.
Insomma, i perché sono davvero tanti.
Non è un caso che sempre più aziende decidano di trovare una persona che possa aiutarle nel difficile ruolo che sono tenute a svolgere ogni giorno, quello di realizzare ciò per cui sono nate, anche in un tempo in cui fare azienda, e confrontarsi con il mercato, è una sfida da vivere ogni giorno.
Un coach, può aiutare la rifocalizzazione degli obiettivi, proprio quando questi sono messi a dura prova dalle varie situazioni che l'imprenditore e i suoi collaboratori sono tenuti ad affrontare ogni giorno.
Quando la prontezza viene a mancare, può essere che sia venuta a mancare anche la serenità e certamente c'è un'area su cui bisognerà intervenire.
Spero che questo pezzo del puzzle, che oggi aggiungo, possa aiutare chi riserba dei dubbi sul coaching e sulle relazioni d'aiuto in genere.
Oggi ho riflettuto sul fatto che questo sito sia nato per rispondere a diverse esigenze.
Come ho spesso scritto, mi capita di dover spiegare cos'è il coaching, e questo mi ha portato a concentrare le energie sulla descrizione di questo tipo di approccio, focalizzandomi più sul lavoro di consulenza individuale, ossia quello che mi porta a lavorare con le persone che si rivolgono a me in studio.
Proprio questo aspetto mi ha fatto tralasciare un altro tipo di informazione relativamente alla mia professione.
Il coaching è un approccio che viene utilizzato non solo nella relazione d'aiuto con il singolo cliente o con piccoli gruppi come coppie o famiglie, il coaching si applica molto bene anche alla realtà aziendale, di qualunque tipo si tratti.
Le domande che arrivano più spesso sono: quali aziende possono trovare beneficio da un approccio del genere?
O ancora, e questa suona più come un'affermazione: Ma sono certamente le aziende di una certa grandezza a richiedere consulenze di questo tipo!?!
Spesso ci soffermiamo a fare distinzioni sui settori in cui un'azienda opera, e questo è certamente utile, può però portarci a perdere un aspetto fondamentale: le aziende sono fatte da persone.
In quest'ottica il settore di riferimento poco conta, le dinamiche che si innescano, le problematiche, eventualmente riscontrabili, riguardano la sfera delle relazioni umane e, proprio per questo il settore non è un aspetto fondamentale, ma semplicemente un dato che può essere importante.
Allora l'obiettivo di questo post è proprio quello di rispondere a domande come:
Perché un'azienda dovrebbe richiedere l'aiuto di un coach?
Come si applica il coaching nelle aziende?
Meravigliosamente!
E' certamente questa la prima affermazione che viene alla mente.
Volendo esplicitare il concetto, il coaching può essere utilizzato come unico approccio sia in colloqui di gruppo che individuali, può riferirsi agli obiettivi aziendali in genere, alla mission e alla vision di un'azienda, ed anche agli obiettivi della singola area o della funzione del ruolo ricoperto dalla singola persona.
Può essere affiancato ad altri approcci, che contribuiscano a migliorare i risultati e ad accelerare i processi di cambiamento, ed il primo è certamente quello della formazione.
Ho infatti sperimentato che quando si ha la possibilità di programmare i due tipi di intervento nel medio e lungo termine, con costanza, dedizione e il coinvolgimento dell'intero organico, i risultati non solo arrivano, ma lo fanno anche presto.
Perché un'azienda, a prescindere dalla sue dimensioni o dal settore in cui opera, dovrebbe richiedere l'aiuto di un coach?
. Perché spesso per realizzare il proprio sogno, il proprio obiettivo, c'è bisogno di qualcuno che ci aiuti a focalizzarlo meglio.
. Perché certe volte l'imprenditore è talmente "dentro" la sua situazione, il suo contesto, che qualcosa può sfuggirgli e, alla lunga, anche disorientarlo.
. Perché le persone, quando stanno bene, lavorano meglio.
. Perché un coach può facilitare e agevolare i percorsi di cambiamento, anche quando questi si rivolgono alle carriere, o a cambiamenti cui l'azienda è sottoposta perché spinte esterne del mercato glielo impongono.
. Perché, a volte, le relazioni interne, quelle tra le varie funzioni aziendali, possono complicarsi e occorre qualcuno che possa aiutare le parti per arrivare ad un dialogo costruttivo.
Insomma, i perché sono davvero tanti.
Non è un caso che sempre più aziende decidano di trovare una persona che possa aiutarle nel difficile ruolo che sono tenute a svolgere ogni giorno, quello di realizzare ciò per cui sono nate, anche in un tempo in cui fare azienda, e confrontarsi con il mercato, è una sfida da vivere ogni giorno.
Un coach, può aiutare la rifocalizzazione degli obiettivi, proprio quando questi sono messi a dura prova dalle varie situazioni che l'imprenditore e i suoi collaboratori sono tenuti ad affrontare ogni giorno.
Quando la prontezza viene a mancare, può essere che sia venuta a mancare anche la serenità e certamente c'è un'area su cui bisognerà intervenire.
Spero che questo pezzo del puzzle, che oggi aggiungo, possa aiutare chi riserba dei dubbi sul coaching e sulle relazioni d'aiuto in genere.
giovedì 22 maggio 2014
Uno, due e ... tre!
Capire di non essere "dei", capire che da genitori, così come da persone, non siamo invincibili.
Siamo vulnerabili, siamo alla ricerca della cosa giusta o sarebbe meglio dire della cosa migliore possibile.
Quando diventiamo genitori siamo esposti alle nostre mille contraddizioni, più che in altre circostanze, in altre situazioni, vestiamo il ruolo che noi stessi ci siamo assegnati, e spesso dimentichiamo di essere, prima di qualsiasi altro ruolo, delle persone.
Lavoro spesso con coppie che hanno intrapreso questo impegnativo percorso, quello della genitorialità.
Troppo spesso, le problematiche della coppia nascono dall'essersi dimenticati alcune verità basilari:
. la prima, è proprio quella di essere delle persone;
. la seconda, quella che, pur nella nostra individualità, siamo in coppia e non una coppia.
Dimenticarsi di essere una persona e ricordarsi solo del ruolo che si ricopre, significa dimenticarsi delle proprie esigenze, dei propri desideri, dei progetti che da tempo speriamo di realizzare.
Dimenticarsi di essere in coppia, significa non dedicarsi più il tempo necessario per confrontarsi, scoprirsi, conoscersi, litigare, discutere, amarsi, ...
Quando una terza vita si aggiunge alle due, che già esistevano, si è talmente concentrati e sorbiti dalle nuove esigenze che incombono, che si ha la sensazione di non vivere quasi più neanche per se stessi, figuriamoci per l'altro, ma si ha solo tempo e occhi ed energia per quell'esserino che è da poco giunto.
Eppure il mio invito è: ricordatevi che quell'esserino ha bisogno di voi, del vostro essere persona, del vostro essere in coppia, della vostra responsabilità di genitore neo-nato, ma anche di tutta la vostra energia.
Più questa sarà pulita, più quel piccolo extraterrestre godrà della vostra presenza.
E' certamente vero, avete meno tempo per vivervi personalmente e per vivere in coppia, allora giocate il gioco della qualità.
Quel tempo che ritaglierete per voi sarà poco, sì, ma può essere intenso, anche se ciò che deciderete di fare sarà bere un bicchiere di vino e chiacchierare.
So bene che qualche genitore potrà pensare "Magari! La fai facile."
In realtà, mi piacerebbe che ne vedeste la possibilità, che possiate concedervela.
Dipende da voi, e un pò anche da quel piccolo esserino che è entrato a pié pari nella vostra vita.
Ma vedrete che la godibilità della vostra energia "pulita", quella che rimetterete in campo, sarà splendida per chiunque entri in contatto con voi.
Domande:
. da quanto tempo non programmate un'uscita a due?
. Da quanto tempo non preparate una cenetta, anche casalinga, dove i protagonisti siano voi e il vostro compagno/a?
. Da quanto tempo non uscite con un amico o amica, per sentirvi che siete uno, prima di essere due e poi tre?
Non importa il numero dei giorni, mesi o anni incluso nelle vostre risposte, ciò che importa è:
per voi, il tempo riportato nelle vostre risposte, è troppo?
Allora è il momento di programmare qualcosa che vi aiuti a rigenerarvi.
In ogni caso, se il ruolo che avete deciso di ricoprire, quello del genitore, a volte vi sembra una sfida che al momento non state affrontando al meglio, vi consiglio un ottimo libro per confrontarvi e migliorarvi:
Buona lettura.
Siamo vulnerabili, siamo alla ricerca della cosa giusta o sarebbe meglio dire della cosa migliore possibile.
Quando diventiamo genitori siamo esposti alle nostre mille contraddizioni, più che in altre circostanze, in altre situazioni, vestiamo il ruolo che noi stessi ci siamo assegnati, e spesso dimentichiamo di essere, prima di qualsiasi altro ruolo, delle persone.
Lavoro spesso con coppie che hanno intrapreso questo impegnativo percorso, quello della genitorialità.
Troppo spesso, le problematiche della coppia nascono dall'essersi dimenticati alcune verità basilari:
. la prima, è proprio quella di essere delle persone;
. la seconda, quella che, pur nella nostra individualità, siamo in coppia e non una coppia.
Dimenticarsi di essere una persona e ricordarsi solo del ruolo che si ricopre, significa dimenticarsi delle proprie esigenze, dei propri desideri, dei progetti che da tempo speriamo di realizzare.
Dimenticarsi di essere in coppia, significa non dedicarsi più il tempo necessario per confrontarsi, scoprirsi, conoscersi, litigare, discutere, amarsi, ...
Quando una terza vita si aggiunge alle due, che già esistevano, si è talmente concentrati e sorbiti dalle nuove esigenze che incombono, che si ha la sensazione di non vivere quasi più neanche per se stessi, figuriamoci per l'altro, ma si ha solo tempo e occhi ed energia per quell'esserino che è da poco giunto.
Eppure il mio invito è: ricordatevi che quell'esserino ha bisogno di voi, del vostro essere persona, del vostro essere in coppia, della vostra responsabilità di genitore neo-nato, ma anche di tutta la vostra energia.
Più questa sarà pulita, più quel piccolo extraterrestre godrà della vostra presenza.
E' certamente vero, avete meno tempo per vivervi personalmente e per vivere in coppia, allora giocate il gioco della qualità.
Quel tempo che ritaglierete per voi sarà poco, sì, ma può essere intenso, anche se ciò che deciderete di fare sarà bere un bicchiere di vino e chiacchierare.
So bene che qualche genitore potrà pensare "Magari! La fai facile."
In realtà, mi piacerebbe che ne vedeste la possibilità, che possiate concedervela.
Dipende da voi, e un pò anche da quel piccolo esserino che è entrato a pié pari nella vostra vita.
Ma vedrete che la godibilità della vostra energia "pulita", quella che rimetterete in campo, sarà splendida per chiunque entri in contatto con voi.
Domande:
. da quanto tempo non programmate un'uscita a due?
. Da quanto tempo non preparate una cenetta, anche casalinga, dove i protagonisti siano voi e il vostro compagno/a?
. Da quanto tempo non uscite con un amico o amica, per sentirvi che siete uno, prima di essere due e poi tre?
Non importa il numero dei giorni, mesi o anni incluso nelle vostre risposte, ciò che importa è:
per voi, il tempo riportato nelle vostre risposte, è troppo?
Allora è il momento di programmare qualcosa che vi aiuti a rigenerarvi.
In ogni caso, se il ruolo che avete deciso di ricoprire, quello del genitore, a volte vi sembra una sfida che al momento non state affrontando al meglio, vi consiglio un ottimo libro per confrontarvi e migliorarvi:
Buona lettura.
giovedì 15 maggio 2014
Sì lo voglio. No, no, non lo voglio più!
Lo voglio, non lo voglio, ma poi lo rivoglio e poi ancora ....
Un circolo infinito, penso che vorrei fare una cosa e che mi aiuterebbe farlo, poi un attimo dopo sono certa che non sia affatto così, piuttosto che sia vero il contrario.
Una corsa infinita a rincorrere la propria verità: voglio o non voglio farla sta cosa?
La domanda che continuo a pormi è proprio questa e la risposta non arriva se non per 5 minuti, e poi tutto da capo.
Che non sia la domanda a farmi fare questo giro infinito?
Spesso la domanda non è posta nel modo migliore, ciò che mi sto domandando non risolve il mio dubbio, la mia indecisione.
Chiedersi: mi è utile? a volte può aiutarci ad uscire dal loop, reiteriamo comportamenti che non ci sono utili, eppure continuiamo a proporli.
Se ci domandassero perchè lo facciamo, risponderemmo, molto probabilmente, che siamo abituati così.
Ma non è per niente vero che un' abitudine sia necessariamente sana, piuttosto spesso ci abituiamo a cose che non ci fanno bene.
Allora la domanda è: qual è la vostra abitudine? Qual è quella abitudine che continuate a proporre a voi stessi, col vostro comportamento, che proprio non vi aiuta a stare meglio?
L'avete trovata?
Potrebbe venirvi spontaneo chiedervi il perchè l'abbiate acquisita, io vorrei proporvi invece di chiedervi se vi è utile.
Rinunciate, per un pò, al ritorno al passato con il famigerato perchè, andate al passato con una domanda nuova:
in quali situazioni avete attuato quella abitudine, quel comportamento?
E poi:
in quali di queste avete riscontrato l'utilità di quella azione?
In altre parole:
Vi ha fatto bene vedervi in quell'azione?
Come vi siete sentiti e come vi sentite quando ci ripensate?
Dietro queste domande c'è la risposta che cercate, ora potrete ri-chiedervi: voglio o non voglio farla sta cosa?
Cambiare è possibile, purchè lo si voglia. Migliorare è utile per stare bene con noi stessi, prima che con gli altri.
Un circolo infinito, penso che vorrei fare una cosa e che mi aiuterebbe farlo, poi un attimo dopo sono certa che non sia affatto così, piuttosto che sia vero il contrario.
Una corsa infinita a rincorrere la propria verità: voglio o non voglio farla sta cosa?
La domanda che continuo a pormi è proprio questa e la risposta non arriva se non per 5 minuti, e poi tutto da capo.
Che non sia la domanda a farmi fare questo giro infinito?
Spesso la domanda non è posta nel modo migliore, ciò che mi sto domandando non risolve il mio dubbio, la mia indecisione.
Chiedersi: mi è utile? a volte può aiutarci ad uscire dal loop, reiteriamo comportamenti che non ci sono utili, eppure continuiamo a proporli.
Se ci domandassero perchè lo facciamo, risponderemmo, molto probabilmente, che siamo abituati così.
Ma non è per niente vero che un' abitudine sia necessariamente sana, piuttosto spesso ci abituiamo a cose che non ci fanno bene.
Allora la domanda è: qual è la vostra abitudine? Qual è quella abitudine che continuate a proporre a voi stessi, col vostro comportamento, che proprio non vi aiuta a stare meglio?
L'avete trovata?
Potrebbe venirvi spontaneo chiedervi il perchè l'abbiate acquisita, io vorrei proporvi invece di chiedervi se vi è utile.
Rinunciate, per un pò, al ritorno al passato con il famigerato perchè, andate al passato con una domanda nuova:
in quali situazioni avete attuato quella abitudine, quel comportamento?
E poi:
in quali di queste avete riscontrato l'utilità di quella azione?
In altre parole:
Vi ha fatto bene vedervi in quell'azione?
Come vi siete sentiti e come vi sentite quando ci ripensate?
Dietro queste domande c'è la risposta che cercate, ora potrete ri-chiedervi: voglio o non voglio farla sta cosa?
Cambiare è possibile, purchè lo si voglia. Migliorare è utile per stare bene con noi stessi, prima che con gli altri.
mercoledì 12 marzo 2014
Parole, parole, parole.
Quante ne diciamo, ci riempiamo la bocca di tante parole.
Ogni famiglia ha le sue dinamiche di comunicazione, ogni famiglia ascolta in un determinato modo e, soprattutto, ogni famiglia interpreta in un certo modo.
Quando dico "famiglia" intendo anche qualsiasi gruppo consolidato come tale, in qualunque settore sia inserito, in qualsiasi ambito della vita, che sia un gruppo di lavoro, piuttosto che uno di amici.
Quando frequentiamo qualcuno in un certo modo, quando il rapporto è consolidato e duraturo, spesso mettiamo insieme una serie di abitudini che diventano caratteristiche del nostro stare in relazione e quindi anche del nostro comunicare.
Ci sono famiglie che usano spesso il sarcasmo per dirsi ciò che pensano, altre che in maniera compita affrontano qualsiasi situazione, altre ancora non riescono ad esprimersi se non utilizzano toni decisamente alti.
Insomma, ognuno ha il suo modo e riconoscerlo facilita la relazione.
Riconoscerlo significa anche essere consapevoli che non ci si sta arrabbiando o non ci si sta insultando o qualsiasi altra cosa, ma semplicemente sapere che quella è la modalità di comunicazione che contraddistingue quel gruppo.
Sto parlando di parole e in realtà vorrei tanto dire ascolto, eh già, perché questo riconoscimento in realtà, questa consapevolezza, avviene proprio quando la persona si è fermata ad ascoltare il proprio gruppo, quando nel fermarsi in silenzio si è osservato e riconosciuto il carattere che lo contraddistingue.
Eppure ascoltare è forse la parte più difficile del processo comunicativo.
Un'amica giorni fa mi ha aiutato a ricordare un aspetto molto importante che interviene mentre siamo convinti di ascoltare il nostro interlocutore, ciò che facciamo mentre siamo lì in silenzio è parlare.
Non sono impazzita, parliamo a noi stessi, mentre qualcun altro al di fuori sta indirizzando messaggi a noi, siamo lì in silenzio, ma solo apparentemente, ciò che stiamo facendo è "leggere la mente", quella di chi sta parlando a voce alta, esprimendo qualcosa indirizzata a noi.
Pensateci un attimo, qualcuno vi dice qualcosa, e mentre lo fa voi state già pensando alle marmotte che incartano il cioccolato, vi state dicendo "cosa avrà voluto dire?" o anche "chissà cosa c'è dietro?".
Ebbene questo è leggere nella mente altrui, o essere convinti di poterlo fare, prima ancora che l'altro abbia terminato di esprimersi.
Come dicevo è un processo che più o meno tutti nella vita attuiamo, anche perché in qualche modo vediamo la comprensione legata all'interpretazione e proprio il vederle legate spesso ce le fa confondere.
Quindi, pensiamo di comprendere il messaggio del nostro interlocutore mentre invece lo stiamo interpretando.
Poco tempo fa ho avuto a che fare con una coppia di genitori, preoccupati per il proprio figlio e impegnati nel salvaguardare il suo futuro, a parte tutto il resto e le dinamiche osservabili, ciò che mi ha colpito intensamente è stato proprio il loro modo di comunicare, anzi di ascoltare-interpretare lo stato d'animo del figlio, le sue possibili intenzioni.
Ho scoperto, nel confronto con loro, che sono stati sempre molto disponibili e pronti a risolvere le problematiche del figlio, il punto cruciale però è che quasi mai lo hanno ascoltato, mentre troppo spesso lo hanno interpretato.
Quindi, i problemi di chi hanno cercato di risolvere?
Pensateci un attimo, quanta energia investiamo nell'interpretazione, che poi non sempre si rivela corrispondente al pensiero altrui?
E quanta ne risparmieremmo se, anziché ascoltare-interpretare, ascoltassimo-comprendessimo il nostro interlocutore?
Ogni famiglia ha le sue dinamiche di comunicazione, ogni famiglia ascolta in un determinato modo e, soprattutto, ogni famiglia interpreta in un certo modo.
Quando dico "famiglia" intendo anche qualsiasi gruppo consolidato come tale, in qualunque settore sia inserito, in qualsiasi ambito della vita, che sia un gruppo di lavoro, piuttosto che uno di amici.
Quando frequentiamo qualcuno in un certo modo, quando il rapporto è consolidato e duraturo, spesso mettiamo insieme una serie di abitudini che diventano caratteristiche del nostro stare in relazione e quindi anche del nostro comunicare.
Ci sono famiglie che usano spesso il sarcasmo per dirsi ciò che pensano, altre che in maniera compita affrontano qualsiasi situazione, altre ancora non riescono ad esprimersi se non utilizzano toni decisamente alti.
Insomma, ognuno ha il suo modo e riconoscerlo facilita la relazione.
Riconoscerlo significa anche essere consapevoli che non ci si sta arrabbiando o non ci si sta insultando o qualsiasi altra cosa, ma semplicemente sapere che quella è la modalità di comunicazione che contraddistingue quel gruppo.
Sto parlando di parole e in realtà vorrei tanto dire ascolto, eh già, perché questo riconoscimento in realtà, questa consapevolezza, avviene proprio quando la persona si è fermata ad ascoltare il proprio gruppo, quando nel fermarsi in silenzio si è osservato e riconosciuto il carattere che lo contraddistingue.
Eppure ascoltare è forse la parte più difficile del processo comunicativo.
Un'amica giorni fa mi ha aiutato a ricordare un aspetto molto importante che interviene mentre siamo convinti di ascoltare il nostro interlocutore, ciò che facciamo mentre siamo lì in silenzio è parlare.
Non sono impazzita, parliamo a noi stessi, mentre qualcun altro al di fuori sta indirizzando messaggi a noi, siamo lì in silenzio, ma solo apparentemente, ciò che stiamo facendo è "leggere la mente", quella di chi sta parlando a voce alta, esprimendo qualcosa indirizzata a noi.
Pensateci un attimo, qualcuno vi dice qualcosa, e mentre lo fa voi state già pensando alle marmotte che incartano il cioccolato, vi state dicendo "cosa avrà voluto dire?" o anche "chissà cosa c'è dietro?".
Ebbene questo è leggere nella mente altrui, o essere convinti di poterlo fare, prima ancora che l'altro abbia terminato di esprimersi.
Come dicevo è un processo che più o meno tutti nella vita attuiamo, anche perché in qualche modo vediamo la comprensione legata all'interpretazione e proprio il vederle legate spesso ce le fa confondere.
Quindi, pensiamo di comprendere il messaggio del nostro interlocutore mentre invece lo stiamo interpretando.
Poco tempo fa ho avuto a che fare con una coppia di genitori, preoccupati per il proprio figlio e impegnati nel salvaguardare il suo futuro, a parte tutto il resto e le dinamiche osservabili, ciò che mi ha colpito intensamente è stato proprio il loro modo di comunicare, anzi di ascoltare-interpretare lo stato d'animo del figlio, le sue possibili intenzioni.Ho scoperto, nel confronto con loro, che sono stati sempre molto disponibili e pronti a risolvere le problematiche del figlio, il punto cruciale però è che quasi mai lo hanno ascoltato, mentre troppo spesso lo hanno interpretato.
Quindi, i problemi di chi hanno cercato di risolvere?
Pensateci un attimo, quanta energia investiamo nell'interpretazione, che poi non sempre si rivela corrispondente al pensiero altrui?
E quanta ne risparmieremmo se, anziché ascoltare-interpretare, ascoltassimo-comprendessimo il nostro interlocutore?
lunedì 10 marzo 2014
Rassegnazione
Ecco la ParolaNuda: rassegnazione
La Treccani la spiega con le parole che seguono: Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere.
Mi piacerebbe soffermarmi proprio sulla seconda parte.
Mi è capitato negli utlimi giorni di occuparmi di colloqui di selezione e, purtroppo, ho riscontrato che buona parte dei candidati presentatisi al colloquio ha negli occhi e nelle parole proprio quello stato di rassegnazione che fa rinunciare e non lascia intravedere possibilità.
Proprio questa esperienza mi ha fatto pensare che ci si è rassegnati a tal punto che ogni settore viene definito come il più maltrattato dalla crisi, ognuno esprime il proprio parere a riguardo, con un fattore comune che contraddistingue in maniera evidente ogni parlante, come se vi fosse un marchio di fabbrica, un marchio che dice RASSEGNATO!
Rassegnato all'impossibilità di trovare lavoro, rassegnato all'idea che non è possibile desiderare il lavoro ideale, rassegnato all'idea che il territorio non aiuta, rassegnato all'idea che non ci è dato di progettare, insomma "rassegnato e basta".
Voglio provocare, voglio smuovere questi animi, voglio vederli impegnati nella ricerca di soluzioni possibili.
Ne ho parlato spesso in queste pagina, la chiarezza degli intenti, la capacità di saper decidere.
Spesso durante il colloquio chiedo: "cosa vuole fare da grande?"
Le maggiori risposte che ottengo iniziano così: "io avrei voluto fare ...".
Eppure io ho chiesto "cosa vuole fare" e non "cosa avrebbe voluto", allora mi accorgo che pieni di rimpianti ci muoviamo nel mondo della rassegnazione a tutti i costi.
Ci affidiamo ai consigli di altri, ci scopriamo rinunciatari a priori, lontani dalla possibilità di sperimentare direttamente, alla fine rimpiangiamo anche l'aver seguito il consiglio ricevuto.
Una volta è la scuola, una volta è l'università, un'altra ancora il trasferimento per lavoro o il lavoro stesso.
Allora chiedo in questo momento: a cosa ci serve la rassegnazione?
Dove mi può portare?
Cosa aggiunge questo stato, se non la certezza di non uscire e non riuscire?
La sicurezza di non vedere possibilità alcuna.
Se le vostre parole denunciano la vostra stessa rassegnazione, ri-prendetevi, progettate, sognate e liberatevi dai limiti che avete posto a voi stessi.
Chiedetevi ancora cosa vi piacerebbe fare e programmate le azioni per farlo, proprio nei post precedenti abbiamo affronato il tema della chiarezza degli obiettivi e delle tre domande che aiutano a stabilire il percorso da intraprendere:
Cosa?
Come?
Quando?
La bella notizia è che anche la durata di uno stato d'animo come la rassegnazione dipende da noi, comprendere l'inutilità è molto utile, smettere è questione di scelte.
C'è anche un'altra bella notizia, ho incontrato tante persone in questi giorni, e non tutte mi hanno trasmesso la rassegnazione, molte altre mi hanno fatto vedere la volontà, la determinazione a fare meglio e la capacità di programmare il proprio futuro pur consapevoli delle difficoltà.
Del resto, se il territorio di provenienza è lo stesso, quello delle tante persone incontrate, come mai c'è chi vive la rassegnazione e chi invece la vince?
da PensieriParole <http://www.pensieriparole.it/aforismi/comportamento/frase-49594>
La Treccani la spiega con le parole che seguono: Accettazione della volontà altrui anche se contraria alla propria; disposizione dell’animo ad accogliere senza reagire fatti che appaiono inevitabili, indipendenti dal proprio volere.
Mi piacerebbe soffermarmi proprio sulla seconda parte.
Mi è capitato negli utlimi giorni di occuparmi di colloqui di selezione e, purtroppo, ho riscontrato che buona parte dei candidati presentatisi al colloquio ha negli occhi e nelle parole proprio quello stato di rassegnazione che fa rinunciare e non lascia intravedere possibilità.
Proprio questa esperienza mi ha fatto pensare che ci si è rassegnati a tal punto che ogni settore viene definito come il più maltrattato dalla crisi, ognuno esprime il proprio parere a riguardo, con un fattore comune che contraddistingue in maniera evidente ogni parlante, come se vi fosse un marchio di fabbrica, un marchio che dice RASSEGNATO!
Rassegnato all'impossibilità di trovare lavoro, rassegnato all'idea che non è possibile desiderare il lavoro ideale, rassegnato all'idea che il territorio non aiuta, rassegnato all'idea che non ci è dato di progettare, insomma "rassegnato e basta".
Voglio provocare, voglio smuovere questi animi, voglio vederli impegnati nella ricerca di soluzioni possibili.
Ne ho parlato spesso in queste pagina, la chiarezza degli intenti, la capacità di saper decidere.
Spesso durante il colloquio chiedo: "cosa vuole fare da grande?"
Le maggiori risposte che ottengo iniziano così: "io avrei voluto fare ...".
Eppure io ho chiesto "cosa vuole fare" e non "cosa avrebbe voluto", allora mi accorgo che pieni di rimpianti ci muoviamo nel mondo della rassegnazione a tutti i costi.
Ci affidiamo ai consigli di altri, ci scopriamo rinunciatari a priori, lontani dalla possibilità di sperimentare direttamente, alla fine rimpiangiamo anche l'aver seguito il consiglio ricevuto.
Una volta è la scuola, una volta è l'università, un'altra ancora il trasferimento per lavoro o il lavoro stesso.
Allora chiedo in questo momento: a cosa ci serve la rassegnazione?
Dove mi può portare?
Cosa aggiunge questo stato, se non la certezza di non uscire e non riuscire?
La sicurezza di non vedere possibilità alcuna.
Se le vostre parole denunciano la vostra stessa rassegnazione, ri-prendetevi, progettate, sognate e liberatevi dai limiti che avete posto a voi stessi.
Chiedetevi ancora cosa vi piacerebbe fare e programmate le azioni per farlo, proprio nei post precedenti abbiamo affronato il tema della chiarezza degli obiettivi e delle tre domande che aiutano a stabilire il percorso da intraprendere:
Cosa?
Come?
Quando?
La bella notizia è che anche la durata di uno stato d'animo come la rassegnazione dipende da noi, comprendere l'inutilità è molto utile, smettere è questione di scelte.
C'è anche un'altra bella notizia, ho incontrato tante persone in questi giorni, e non tutte mi hanno trasmesso la rassegnazione, molte altre mi hanno fatto vedere la volontà, la determinazione a fare meglio e la capacità di programmare il proprio futuro pur consapevoli delle difficoltà.
Del resto, se il territorio di provenienza è lo stesso, quello delle tante persone incontrate, come mai c'è chi vive la rassegnazione e chi invece la vince?
L'esperienza non è ciò che accade a un uomo. È quello che un uomo fa con ciò che gli accade.Aldous Leonard Huxley
giovedì 27 febbraio 2014
Intenzione
La ParolaNuda di questo post è proprio intenzione.
La Treccani la definisce come segue:
"... dal lat. intentio -onis, der. di intendĕre «tendere, rivolgere».
Orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo".
La definizione data dall'enciclopedia Treccani continua con la distinzione tra volontà e intenzione, secondo la quale, nella seconda vi sarebbe una minore determinazione.
Eppure l'intenzione che mettiamo nel fare o non fare qualcosa determina in gran parte il raggiungimento del risultato sperato.
Allora la domanda è: siamo proprio sicuri di mettere tutta l'intenzione possibile, quel tenderci verso l'obiettivo, quando agogniamo qualcosa?
Troppo spesso siamo portati a giustificare il non raggiungimento, cercando qua e là le motivazioni che ci hanno spinto ad agire in un certo modo.
Troppo spesso sentiamo la frase "non era nelle mie intenzioni ..." e troppo poco spesso pronunciamo, o sentiamo la frase, "era nelle mie intenzioni".
Dove stiamo direzionando la nostra volontà?
Verso dove ci stiamo muovendo con l'intenzione di farlo?
Quando ci prefissiamo un obiettivo è fondamentale saper rispondere a tre domande:
Cosa?
Come?
Quando?
Iniziamo da qui, smettere di dirci il perchè una cosa non ha funzionato può essere utile, sapere cosa voglio, come farò ad ottenerlo e in quanto tempo, è fondamentale!
Giustifichiamo le nostre azioni, le cose che diciamo, quelle che non diciamo e ci impegniamo in analisi che non ci aiuteranno a stare meglio.
Perchè lo facciamo?
Forse proprio perché non abbiamo la giusta intenzione, o forse perché stiamo facendo qualcosa con l'intenzione di qualcunaltro.
Mi riferisco a tutte le volte che ci impegnano in una direzione senza desiderare di andare proprio da quella parte.
C'è un punto zero, quando voglio cambiare qualcosa, quando voglio raggiungere un obiettivo, e questo punto si chiama in gergo "ecologia dell'obiettivo".
Il punto zero è sapere ciò che voglio, essere certi che l'obiettivo è mio e di nessun altro.
Non potrò raggiungere l'obiettivo se l'intenzione non è mia, non orientata verso qualcosa che io voglio e non mia madre, mio padre, mio marito, mia moglie e così via.
L'intenzione è necessaria, gli strumenti per chiarila altrettanto.
Questa ParolaNuda è dedicata a tutti quelli che scelgono le scelte di altri, a tutti quelli che pensano di aver "fallito" per incapacità.
Non posso pensare di aver "fallito" se ciò verso cui sono andato era ciò che non volevo.
La bella notizia è che ci sono sempre altre possibilità, bisogna saperle vedere, bisogna scovarle, e per farlo ciò che conta è la nostra intenzione.
Questa ParolaNuda è anche un tassello che si aggiunge al discorso sul coaching, proprio perché il coach è un facilitatore, è lo Sherlock Holmes delle risorse che la persona ha dimenticato di possedere.
Il coaching aiuta a chiarire l'intenzione per direzionarla con la giusta determinazione verso il cambiamento.
Quindi, buona scoperta a tutti!
La Treccani la definisce come segue:
"... dal lat. intentio -onis, der. di intendĕre «tendere, rivolgere».
Orientamento della coscienza verso il compimento di un’azione, direzione della volontà verso un determinato fine; può indicare semplicemente il proposito e il desiderio di raggiungere il fine, senza una volontà chiaramente determinata e senza la corrispondente deliberazione di operare per conseguirlo".
La definizione data dall'enciclopedia Treccani continua con la distinzione tra volontà e intenzione, secondo la quale, nella seconda vi sarebbe una minore determinazione.
Eppure l'intenzione che mettiamo nel fare o non fare qualcosa determina in gran parte il raggiungimento del risultato sperato.
Allora la domanda è: siamo proprio sicuri di mettere tutta l'intenzione possibile, quel tenderci verso l'obiettivo, quando agogniamo qualcosa?
Troppo spesso siamo portati a giustificare il non raggiungimento, cercando qua e là le motivazioni che ci hanno spinto ad agire in un certo modo.
Troppo spesso sentiamo la frase "non era nelle mie intenzioni ..." e troppo poco spesso pronunciamo, o sentiamo la frase, "era nelle mie intenzioni".
Dove stiamo direzionando la nostra volontà?
Verso dove ci stiamo muovendo con l'intenzione di farlo?
Quando ci prefissiamo un obiettivo è fondamentale saper rispondere a tre domande:
Cosa?
Come?
Quando?
Iniziamo da qui, smettere di dirci il perchè una cosa non ha funzionato può essere utile, sapere cosa voglio, come farò ad ottenerlo e in quanto tempo, è fondamentale!
Giustifichiamo le nostre azioni, le cose che diciamo, quelle che non diciamo e ci impegniamo in analisi che non ci aiuteranno a stare meglio.
Perchè lo facciamo?
Forse proprio perché non abbiamo la giusta intenzione, o forse perché stiamo facendo qualcosa con l'intenzione di qualcunaltro.
Mi riferisco a tutte le volte che ci impegnano in una direzione senza desiderare di andare proprio da quella parte.
C'è un punto zero, quando voglio cambiare qualcosa, quando voglio raggiungere un obiettivo, e questo punto si chiama in gergo "ecologia dell'obiettivo".
Il punto zero è sapere ciò che voglio, essere certi che l'obiettivo è mio e di nessun altro.
Non potrò raggiungere l'obiettivo se l'intenzione non è mia, non orientata verso qualcosa che io voglio e non mia madre, mio padre, mio marito, mia moglie e così via.
L'intenzione è necessaria, gli strumenti per chiarila altrettanto.
Questa ParolaNuda è dedicata a tutti quelli che scelgono le scelte di altri, a tutti quelli che pensano di aver "fallito" per incapacità.
Non posso pensare di aver "fallito" se ciò verso cui sono andato era ciò che non volevo.
La bella notizia è che ci sono sempre altre possibilità, bisogna saperle vedere, bisogna scovarle, e per farlo ciò che conta è la nostra intenzione.
Questa ParolaNuda è anche un tassello che si aggiunge al discorso sul coaching, proprio perché il coach è un facilitatore, è lo Sherlock Holmes delle risorse che la persona ha dimenticato di possedere.
Il coaching aiuta a chiarire l'intenzione per direzionarla con la giusta determinazione verso il cambiamento.
Quindi, buona scoperta a tutti!
giovedì 20 febbraio 2014
Ri-cominciamo ...
...urlato un po' come fa Pappalardo nel suo storico brano...
Bando alle ciance, mi preme salutare tutti dopo questa lunga pausa.
No, non mi sento la diva che saluta i suoi fans, piuttosto semplicemente sono consapevole di non aver scritto nulla per tanto tempo.
Ho pensato spesso a questo spazio virtuale, lasciato qui, ma mai abbandonato, solo una serie di vicissitudini lavorative e non, non mi hanno permesso di dedicarmi nel modo in cui avrei voluto.
Chi fa marketing sa bene che al giorno d'oggi devi essere "presente" nel mondo virtuale proprio perchè questo ti aggancia a ciò che poi il mercato del mondo reale offre.
Senza dilungarmi troppo, dico semplicemente che, pur condividendo la filosofia di un certo marketing, la mia presenza negli ultimi mesi è stata prettamente nel mondo reale o molto poco in quello virtuale.
Vorrei, quindi, riprendere e farlo dalla libertà!
La libertà di decidere per se stessi, la libertà di sentire che possiamo decidere svincolandoci dai doveri che più o meno consapevolmente alimentiamo al nostro interno.
Spesso sento genitori lamentarsi dell'incapacità dei propri figli di decidere la strada da prendere e, di questi tempi, quasi sempre si tratta di lavoro, o studio.
Insomma di quelle scelte che i genitori spesso sentono di dover fare al posto dei loro figli.
Da genitori viene spontaneo immaginare un futuro per i bambini che abbiamo messo al mondo.
Quei bambini che diventeranno adolescenti e che già al momento della scelta della scuola sentiamo il dovere di consigliare; quegli adolescenti diventeranno i giovani che si troveranno di fronte alla scelta dell'università o del lavoro.
Proprio da qui in poi, spesso, compaiono le lotte intestine, quelle che ognuno vive singolarmente e spesso esprime a malo modo all'esterno.
Lotte di padri e madri che non vedono più il bambino su cui hanno riposto tanti sogni e progetti futuristici.
Lotte di figli che vivono il divario tra ciò che vorrebbero e ciò che sentono di poter o dover volere, il divario tra i propri progetti, a stento pronunciati, e quelli dei genitori che tanto hanno dato e detto.
Un apparente volo pindarico pone questi genitori di fronte ad un/una giovane che tenta e cerca di capire e decidere ciò che vorrà fare.
Questo è un campo minato, perché oltre alle singole situazioni familiari, spesso bisogna tener presente il contesto storico sociale, come il mercato del lavoro e le crisi economiche che da sempre si susseguono a momenti di prosperità.
Ma in questo spazio virtuale abbiamo già parlato del fatto che si è responsabili del proprio destino e che anche quando non si sceglie, si sceglie.
Ribadito questo, un dato è fondamentale, questi ragazzi hanno mai scelto?
Quanto, da genitori, abbiamo influito sulla capacità di essere "liberi" dei nostri figli?
A volte ci lanciamo in consigli senza guardare chi ci sta di fronte, lo facciamo con gli amici e ancor di più lo facciamo con i nostri figli.
Abbiamo un'idea di loro, l'abbiamo creata noi, nel corso della nostra convivenza, sulla base di questa idea siamo convinti che il primo figlio sia portato per fare questo, che il secondo sia più portato per quest'altro e così via.
Allora diventiamo i saggi che spingono, in maniera più o meno consapevole, affinché si intraprendano certe strade piuttosto che altre.
Cosa facciamo in realtà, siamo proprio sicuri che i nostri consigli siano tali e non contengano il rischio distruttivo tipico dei giudizi e di certe convinzioni?
Quando chiedo, ai genitori in difficoltà di relazione con i propri figli, se hanno mai provato a chiedere cosa vorrebbero fare questi ultimi, quasi tutti mi dicono di sì e, soprattutto, affermano di averlo fatto tante e tante volte.
Non dubitando della veridicità della risposta, credo che il punto sia come sia stata posta questa domanda.
Spesso chiediamo, includendo già risposte e opinioni, giudizi e convinzioni.
Ci sono tanti modi per aiutare un figlio, il primo è spingerlo verso la libertà.
Questa non coincide con il menefreghismo o l'egoismo, questa coincide con la capacità di scelta, l'indipendenza da condizionamenti e giudizi.
La libertà di essere se stessi e comprendere cosa si vuole.
Il ragazzo o la ragazza che non imparano a decidere e scegliere autonomamente, perché tanto c'è il genitore che lo farà per lui o lei, spesso da adulti cercano altre figure che possano sostituirsi ai genitori.
E il circolo vizioso è servito!
Il celebre testo di Gaber: "la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione ..."
mi fa chiedere, partecipiamo alla vita dei nostri figli o piuttosto ci sostituiamo a loro?
Chiudo questo post con una frase, che ritengo esaustiva di quanto detto, tratta da "Per dieci minuti" di C. Gamberale:
"Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un'occasione?"
Bando alle ciance, mi preme salutare tutti dopo questa lunga pausa.
No, non mi sento la diva che saluta i suoi fans, piuttosto semplicemente sono consapevole di non aver scritto nulla per tanto tempo.
Ho pensato spesso a questo spazio virtuale, lasciato qui, ma mai abbandonato, solo una serie di vicissitudini lavorative e non, non mi hanno permesso di dedicarmi nel modo in cui avrei voluto.
Chi fa marketing sa bene che al giorno d'oggi devi essere "presente" nel mondo virtuale proprio perchè questo ti aggancia a ciò che poi il mercato del mondo reale offre.
Senza dilungarmi troppo, dico semplicemente che, pur condividendo la filosofia di un certo marketing, la mia presenza negli ultimi mesi è stata prettamente nel mondo reale o molto poco in quello virtuale.
Vorrei, quindi, riprendere e farlo dalla libertà!
La libertà di decidere per se stessi, la libertà di sentire che possiamo decidere svincolandoci dai doveri che più o meno consapevolmente alimentiamo al nostro interno.
Spesso sento genitori lamentarsi dell'incapacità dei propri figli di decidere la strada da prendere e, di questi tempi, quasi sempre si tratta di lavoro, o studio.
Insomma di quelle scelte che i genitori spesso sentono di dover fare al posto dei loro figli.
Da genitori viene spontaneo immaginare un futuro per i bambini che abbiamo messo al mondo.
Quei bambini che diventeranno adolescenti e che già al momento della scelta della scuola sentiamo il dovere di consigliare; quegli adolescenti diventeranno i giovani che si troveranno di fronte alla scelta dell'università o del lavoro.
Proprio da qui in poi, spesso, compaiono le lotte intestine, quelle che ognuno vive singolarmente e spesso esprime a malo modo all'esterno.
Lotte di padri e madri che non vedono più il bambino su cui hanno riposto tanti sogni e progetti futuristici.
Lotte di figli che vivono il divario tra ciò che vorrebbero e ciò che sentono di poter o dover volere, il divario tra i propri progetti, a stento pronunciati, e quelli dei genitori che tanto hanno dato e detto.
Un apparente volo pindarico pone questi genitori di fronte ad un/una giovane che tenta e cerca di capire e decidere ciò che vorrà fare.
Questo è un campo minato, perché oltre alle singole situazioni familiari, spesso bisogna tener presente il contesto storico sociale, come il mercato del lavoro e le crisi economiche che da sempre si susseguono a momenti di prosperità.
Ma in questo spazio virtuale abbiamo già parlato del fatto che si è responsabili del proprio destino e che anche quando non si sceglie, si sceglie.
Ribadito questo, un dato è fondamentale, questi ragazzi hanno mai scelto?
Quanto, da genitori, abbiamo influito sulla capacità di essere "liberi" dei nostri figli?
A volte ci lanciamo in consigli senza guardare chi ci sta di fronte, lo facciamo con gli amici e ancor di più lo facciamo con i nostri figli.
Abbiamo un'idea di loro, l'abbiamo creata noi, nel corso della nostra convivenza, sulla base di questa idea siamo convinti che il primo figlio sia portato per fare questo, che il secondo sia più portato per quest'altro e così via.
Allora diventiamo i saggi che spingono, in maniera più o meno consapevole, affinché si intraprendano certe strade piuttosto che altre.
Cosa facciamo in realtà, siamo proprio sicuri che i nostri consigli siano tali e non contengano il rischio distruttivo tipico dei giudizi e di certe convinzioni?
Quando chiedo, ai genitori in difficoltà di relazione con i propri figli, se hanno mai provato a chiedere cosa vorrebbero fare questi ultimi, quasi tutti mi dicono di sì e, soprattutto, affermano di averlo fatto tante e tante volte.
Non dubitando della veridicità della risposta, credo che il punto sia come sia stata posta questa domanda.
Spesso chiediamo, includendo già risposte e opinioni, giudizi e convinzioni.
Ci sono tanti modi per aiutare un figlio, il primo è spingerlo verso la libertà.
Questa non coincide con il menefreghismo o l'egoismo, questa coincide con la capacità di scelta, l'indipendenza da condizionamenti e giudizi.
La libertà di essere se stessi e comprendere cosa si vuole.
Il ragazzo o la ragazza che non imparano a decidere e scegliere autonomamente, perché tanto c'è il genitore che lo farà per lui o lei, spesso da adulti cercano altre figure che possano sostituirsi ai genitori.
E il circolo vizioso è servito!
Il celebre testo di Gaber: "la libertà non è uno spazio libero, la libertà è partecipazione ..."
mi fa chiedere, partecipiamo alla vita dei nostri figli o piuttosto ci sostituiamo a loro?
Chiudo questo post con una frase, che ritengo esaustiva di quanto detto, tratta da "Per dieci minuti" di C. Gamberale:
"Quando fanno qualcosa per noi, gli altri ci consegnano o in realtà ci tolgono un'occasione?"
mercoledì 4 dicembre 2013
Confrontarsi nell'intenzione, scontrarsi nelle passioni.
Quanto è dura far capire il proprio punto di vista a qualcun'altro?
A volte sembra quasi di essere lontani anni luce, di sentirsi talmente incompresi da essere isolati in uno spazio e in un tempo nei quali la percezione della verità sembra più sfuggente che mai.
Non sarà che proprio la ricerca della verità sia l'atto fallimentare?
Quando siamo convinti di aver ragione e di essere i detentori della verità assoluta, a mala pena riusciamo a guardare in faccia l'altro.
Ci sentiamo sconfitti nel confronto, e avviliti dallo scontro, esausti per le energie che abbiamo liberato e lanciato nella discussione con l'altro.
Ma forse dovremmo prima di ogni altra cosa chiederci se entrambi non si abiti dalla parte giusta,
la percezione soggettiva che abbiamo della nostra esperienza ci dovrebbe ricordare che spesso non c'è un vincitore.
Come è difficile confrontarsi quando la ricerca riguarda proprio quella ricerca della verità inesistente.
Ognuno ha la propria.
La sofferenza, il dispiacere, ci rendono vulnerabili e dal confronto, con le passioni, ci ritroviamo in balia delle tensioni che creano lo scontro.
Nessuno lo avrebbe voluto, eppure ci si trova ad annaspare per cercare la via d'uscita.
La tanto nominata causatività, la responsabilità delle proprie azioni, basterebbe chiedersi quanto rifaremmo ciò che abbiamo fatto, quanto siamo convinti che il nostro comportamento prima che una reazione è un'azione.
La scelta, il decidere perchè si sente che ciò che si è fatto lo si rifarebbe.
Responsabilità.
Questo post è dedicato a tutti quelli che ritengono di abitare nel paese delle verità assolute, a tutti quelli che giustificano il proprio comportamento perchè le loro azioni sono reazioni.
Ed anche a chi riesce a farsi carico delle proprie azioni senza la fustigazione.
A volte sembra quasi di essere lontani anni luce, di sentirsi talmente incompresi da essere isolati in uno spazio e in un tempo nei quali la percezione della verità sembra più sfuggente che mai.
Non sarà che proprio la ricerca della verità sia l'atto fallimentare?
Quando siamo convinti di aver ragione e di essere i detentori della verità assoluta, a mala pena riusciamo a guardare in faccia l'altro.
Ci sentiamo sconfitti nel confronto, e avviliti dallo scontro, esausti per le energie che abbiamo liberato e lanciato nella discussione con l'altro.
Ma forse dovremmo prima di ogni altra cosa chiederci se entrambi non si abiti dalla parte giusta,
la percezione soggettiva che abbiamo della nostra esperienza ci dovrebbe ricordare che spesso non c'è un vincitore.
Come è difficile confrontarsi quando la ricerca riguarda proprio quella ricerca della verità inesistente.
Ognuno ha la propria.
La sofferenza, il dispiacere, ci rendono vulnerabili e dal confronto, con le passioni, ci ritroviamo in balia delle tensioni che creano lo scontro.
Nessuno lo avrebbe voluto, eppure ci si trova ad annaspare per cercare la via d'uscita.
La tanto nominata causatività, la responsabilità delle proprie azioni, basterebbe chiedersi quanto rifaremmo ciò che abbiamo fatto, quanto siamo convinti che il nostro comportamento prima che una reazione è un'azione.
La scelta, il decidere perchè si sente che ciò che si è fatto lo si rifarebbe.
Responsabilità.
Questo post è dedicato a tutti quelli che ritengono di abitare nel paese delle verità assolute, a tutti quelli che giustificano il proprio comportamento perchè le loro azioni sono reazioni.
Ed anche a chi riesce a farsi carico delle proprie azioni senza la fustigazione.
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